 Ultimi Film visti al Cinema - Consigli e opinioni Potete lasciare un vostro commento selezionando il titolo del film
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| | pag. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 | ELENCO COMPLETO | | | | I mercenari - The Expendables | (di L’Irriverente) | | | | 
I Mercenari sono un gruppo di combattenti professionisti
autonomi che vengono assoldati sporadicamente solo per missioni super
pericolose.
Stavolta sono ingaggiati per uccidere un crudele dittatore di
un’isola vicina al Messico.
Durante una perlustrazione, però, capiscono che il
malvagio della storia è un altro e che è questo a tenere sotto scacco il dittatore per
interessi legati alla droga. La missione, quindi, assume un nuovo aspetto,
anche se sarà necessario contravvenire agli ordini!
I Mercenari o
meglio gli Expendables, come recita il titolo originale che attribuisce ai
personaggi un più valido significato di “sacrificabili”, “da buttare via”, è un
action movie stile anni ’80, volutamente realizzato in questo modo e che centra l’obiettivo anche come
divertente film d’azione contemporaneo.
Sicuramente
avrete tutti presente quei film dai contenuti totalmente nulli in cui un John
Rambo o uno Shwarzy-Commando di turno vanno ad ammazzare un plotone di soldati
scatenando l’inferno dietro di loro senza, però, perdere mai la battuta di
spirito.
In questo caso, forse per l’età avanzata, Rambo non va più da solo, ma
si fa accompagnare da un gruppo di combattenti come lui; combattenti che, a
differenza dei più moderni spietati e freddi agglomerati di muscoli, hanno un
doloroso passato alle spalle e nella lotta mettono ancora al primo posto un
ideale!
Gli
amanti dei film d’azione saranno molto felici di gustarsi il tutto fino
all’inseguimento finale del capo dei cattivi, ovviamente l’ultimo rimasto
illeso dalle infinite esplosioni.
Ma
per chi ha vissuto il periodo dei film d’azione anni ’80, solamente l’entrata
in scena dell’ex Terminator, Schwarzenegger, che nel film fa un piccolissimo
cameo, è da applauso!
Info:
l’attuale Governatore della California Schwarzenegger, per non dare adito a
sterili critiche legate alla carica politica che ricopre, ma per non rinunciare
all’offerta dell’amico Stallone, ha girato la sua scena alle 04.00 di mattina e senza percepire alcun
compenso.
Se il film dovesse incassare a dovere, e sembra lo stia facendo, il sequel sarebbe
assicurato e Sly, scrittore-regista-produttore della pellicola, ha già in mente
il soggetto.
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| | Shrek - E vissero felici e contenti | (di L’Irriverente) | | | | 
Shrek, il verde orco protagonista dell’omonima serie di
lungometraggi, che detto tra noi è il personaggio con meno carisma tra tutti i comprimari,
ci saluta con questo esilarante quarto e ultimo (?) episodio. E come in ogni
favola che si rispetti “…vissero tutti felici e contenti” come recita il titolo.
Il punto di domanda sulla reale conclusione è d’obbligo; ad ogni modo sono già
in cantiere due cortometraggi e sicuramente sentiremo ancora parlare della vita
al villaggio di Molto Lontano.
Nel quarto capitolo, Shrek, stufo della sua stressante vita da
marito e padre, stringe un patto con il malvagio Tremotino che, con l’inganno e
prendendo spunto da Frank Capra (La vita è meravigliosa), proietta il nostro
eroe in una dimensione parallela. Qui nessuno ha salvato la principessa Fiona e
“Molto Lontano” è allo sfacelo, sotto l’egemonia del piccolo stregone. Riuscirà
il buon orco a far innamorare nuovamente di sé la principessa e a salvare Molto
Molto Lontano tornando alla dimensione presente?? La risposta è sottointesa.
Più che un sequel, questo ultimo episodio sembra un riscatto
del suo predecessore “Shrek Terzo” che poco aveva entusiasmato il pubblico. Una
sorta di “scusateci, questo è quello buono e poi basta”.
In effetti il film, pur risentendo della stanchezza della
longevità della serie che non innova, ma rinnova a malapena, è un prodotto
molto godibile. Il suo dovere di intrattenere riesce ad assolverlo pienamente
creando siparietti comici davvero notevoli. Primo fra tutti, che vale da solo
il prezzo del biglietto, è il Gatto con gli stivali in versione obesa.
Tante citazioni e per la prima volta, per Shrek, la visione
in 3D nei cinema predisposti.
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| | Qualcosa di speciale | (di Penelope Pit-Stop) | | | |
 "Qualcosa di speciale"??? "Niente di speciale" sarebbe già stato un risultato apprezzabile! Film scontatissimo. Triste. Terribilmente retorico e a lieto fine. Nessuna alchimia tra i protagonisti.
Recitazione piatta. Protagonista maschile insignificante.
Un'altra protagonista femminile scontatamente fioraia... ma ad Hollywood hanno dimenticato che esistono altri mestieri?!!
Una delle canzoni viene rubata alla colonna sonora di Elizabethtown, film sconclusionato di qualche anno fa, ma almeno ben recitato e con un'ottima colonna sonora.
Meno male che la mia coinquilina è notoriamente una persona molto comprensiva... e mi ha perdonato di averle fatto vedere un film così insulso! Almeno si fosse riscattato con un finale cinico... invece no, lacrime e perdono, e spettatori felicissimi della partenza dei titoli di coda!
Evitatelo!!!
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| | Giustizia privata | (di Technino) | | | |
Clyde (Gerard Butler) sta vivendo una tranquilla serata in famiglia, quando qualcuno bussa alla porta: entrano due bruti che lo colpiscono alla testa, lo ammanettano, gli tappano la bocca con un nastro adesivo. Nick deve assistere impotente allo stupro ed all’uccisione della moglie e della figlia da parte del piu’ efferato dei due bruti.
Il procuratore distrettuale (Jamie Foxx) riesce a catturare subito i due delinquenti, ma per prolungare senza rischi la sua carriera di successi in tribunale preferisce patteggiare con il colpevole e dargli solo 3 anni di prigione in cambio della sua accusa del compagno innocente.
Per giustificare questo orribile patteggiamento lo sceneggiatore compie due scelte assurde: la prova del DNA (l’assassino era coperto del sangue delle vittime) non viene ammessa in tribunale dal giudice (!!), e non viene ammessa nemmeno la testimonianza del padre (testimone oculare) perche’ trovato semisvenuto (!!!). Il processo si svolge come da copione e la tremenda vendetta e’ innescata….
Il film, diretto da Gary Gray, e’ il peggiore di quelli che, da qualche tempo, ci vengono propinati in nome del desiderio di vendetta privata: la vendetta che qui viene consumata sul vero colpevole e’ volutamente disumana ed orribile perche’ cosi’ fa piu’ impressione, ed il seguito del film e’ talmente fuori di ogni realta’ che diventa persino ridicolo….
Peccato che attori del calibro di Gerard Butler e Jamie Foxx si siano prestati ad interpretarlo, ma evidentemente anche per loro vale il detto latino “pecunia non olet”.
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| | 5 Appuntamenti per farla innamorare | (di Technino) | | | |
Genevieve (Nia Vardalos) è una fioraia che gestisce un piccolo negozio a New York. Si e’ data una regola ferrea nei suoi rapporti sentimentali: per evitare che qualcosa si guasti, per non soffrire e’ meglio finire qualsiasi relazione dopo soli 5 appuntamenti.
Ma ovviamente la regola e’ destinata ad infrangersi quando incontra Greg ( John Corbett), che ha appena aperto un Tapas Bar lì vicino: Greg e’ un single dotato di un certo fascino che pero’ non riesce a capire le donne, che finiscono sempre per lasciarlo.
La coppia divenuta famosa qualche anno fa con “Un grasso grosso matrimonio greco” torna sugli schermi con una commedia sentimentale che pero’ non ha la “verve” dell’altra…
Il film e’ diretto dalla stessa Nia Vardalos, che stampa sulle labbra del suo personaggio un sorriso perenne, a volte imbarazzante ed esagerato, e cerca con qualche battuta ed espressione buffa di far divertire gli spettatori. Ma, in mancanza di una sceneggiatura varia e di dialoghi intelligenti, il film finisce per naufragare nella mediocrita’, con frequenti momenti di stasi, caratterizzati da dialoghi spesso troppo lunghi e noiosi.
Peccato, dopo il successo del primo film sarebbe stato meglio aspettare di avere una sceneggiatura di livello prima di realizzarne un altro con gli stessi personaggi. Ma un piccolo pregio il film ce l’ha: non e’ lungo….
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| | Toy Story 3 - La grande fuga | (di Technino) | | | |  La Pixar colpisce ancora! Dopo 15 anni dall’uscita del primo film della serie, Toy Story, una pietra miliare dei film di animazione computerizzata, gli straordinari “artisti della Pixar” chiudono la serie con il terzo episodio, forse il piu’ bello dei tre.
Quello che colpisce in Toy Story 3 e’ la capacita’ di Andrew Stanton e John Lasseter di divertire e far pensare, far immedesimare gli spettatori in una vicenda che ricorda a tutti noi il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, con i vecchi giocattoli che si devono abbandonare…
La sceneggiatura, partendo dall’idea dei due geni della Pixar, e’ scritta benissimo da Michael Arndt (Oscar per Little Miss Sunshine) e si avvale della regia di Lee Unkrich che sa mantenere un grande equilibrio fra le tante parti che rendono il film, di volta in volta, divertente, d’azione, suspense, romantico e, alla fine, anche commovente. Nel film ritroverete tutti i personaggi degli altri della serie, con due gustose novita’: Barbie e Ken (assolutamente fantastici) e la “modalita’ spagnola” di Buzz Lightyear (divertentissima).
L’aspetto tecnico delle animazioni raggiunge, anche nel 3D, lo stato dell’arte: e’ incredibile la quantita’ di oggetti che prendono vita nelle varie scene, la naturalezza dei movimenti e...le espressioni delle facce che rivelano i sentimenti dei “giocattoli-persone”, che fanno emozionare e divertire, con un finale pieno di sentimento che arriva a commuovere gli adulti che abbiano ancora conservato uno spirito sensibile da bambino.
Una menzione speciale merita il cortometraggio di apertura del film “Quando il giorno incontra la notte” (Day and Night), metafisico, che dopo averci sbalordito per l’idea fantastica di chi lo ha realizzato, ci fa pensare…. Assolutamente geniale, uno dei migliori realizzati dalla Pixar che non finisce di sbalordirci anche il questo campo.
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| | The road | (di Antonegò) | | | |
Un film bello ed angosciante. Se avete tentato, di recente, il suicidio, un film altamente sconsigliato. Un film per stomaci forti e cuori che sanno indurirsi, alla bisogna. In apparenza l’ennesimo film deprimente su un futuro neanche troppo lontano, apocalittico e disperato. In realtà una sapiente riflessione sull’animo umano, sulla sua natura, sul concetto di sopravvivenza dell’uomo e dell’umanità, sul limite che separa l’essere uomo dall’essere animale, che indaga l’homo homini lupus, con lo sguardo microscopico di un preciso entomologo. L’orrore ha un volto, diceva il buon Kurtz; in questo caso, il volto emaciato di corpi mutilati, ammassati come masserizia negli antri più reconditi del nostro subconscio morboso, nella botola della nostra coscienza, quella coscienza che ci vantiamo di avere nel lusso dei nostri conforti, nel benessere di una società invero assai malata che cova un tumore oscuro, la cui scoperta segna solo la consapevolezza della fine. E l’orrore ha un volto ben peggiore di quanto siamo in grado di ammettere, se vediamo il film non come un film di fantascienza, ma come un’indagine sociologica, l’orrore è ben peggiore, quando ci rendiamo conto che certe scene, cui assistiamo con raccapriccio e nauseabondo disgusto, non sono poi così lontane dalla realtà presente che stiamo vivendo o abbiamo vissuto. I segnali erano chiari, dice un irriconoscibile Robert Duvall, ma non si poteva fare nulla per evitare che si compissero. E in un mondo in cui speri di avere degli incubi, perché finché hai gli incubi vuol dire che sei vivo, mentre quando inizi a sognare devi temere l’abbraccio suadente e ingannatore della morta, beh, in un mondo del genere, in un mondo degenere, non resta che combattere o soccombere.
L’America, poi, è lo scenario ideale in cui ambientare questo genere di film e Cormac McCarthy era già stato un abile e sapiente narratore di questa America in Non è un paese per vecchi, che in comune con questo film ha la glaciale e neutra visione del male.
Siamo dei parassiti. Siamo dei carnefici. E la nostra presenza su questo pianeta è assai discutibile.
Ma c’è un fuoco, un fuoco di speranza, un fuoco che appare una fiammella tremolante, pronta a spegnersi al primo vento, un fuoco che va protetto, perché è la scintilla di una umanità non del tutto persa, non del tutto perduta, un vuoto a rendere che, forse, merita di essere riempito nuovamente.
Viggo Mortensen, emaciato è dimagrito appositamente per il film è la pallida controfigura di Aragorn, ma la sua bravura è impressionante. Rispetto al libro, vengono aggiunti dei flashback tanto amari, quanto tragici, contrappunti efficaci affidati alla bellezza algida e nichilista di una Charlize Theron, fredda quasi quanto il freddo nella cui morsa si trova il mondo.
Forse sarà stato sbagliato il mio approccio al film, forse mi aspettavo qualcosa di diverso. Fatto sta che ho vissuto il film come in uno stato di malarica febbre e ho impiegato parecchi giorni a liberarmi da uno strano senso di angoscia, come una morsa costante che opprimeva la mia stessa esistenza, un’angoscia che nessun lieto fine potrà mai cancellare. Anche per questo, non posso fare a meno di sostenere, lucidamente, che il film è riuscito ed è riuscito a trasmettere non solo emozioni, ma altresì dubbi. Un film senz’altro da cineforum, un film giustamente vietato ai minori di 14 anni. Un film che risponde negativamente al primo principio di Tecnino (lo rivedresti?). Per lo meno, trascorreranno molti lustri, prima ch’io lo riveda. Ma questo, per l’Antonegò che scrive, non è certo un limite o una pecca dell’opera creativa.
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| | Copia conforme | (di Antonegò) | | | |
Sono cieco. I miei occhi, irrimediabilmente e irreparabilmente rapiti dalla scintillante, sfavillante, folgorante bravura und bellezza di una Juliette Binoche, meritatamente premiata con la palma d’oro a Cannes, a dispetto di ogni sospetto di sciovinismo francese.
Abbas Kiarostami, di cui ricordo piacevoli e folli nottate fuori orario trascorse a visionare i suoi film in iraniano sottotitolato (ma i sottotitoli, vi assicuro, erano assai pochi), mette in scena una sua idea che la leggenda sorta intorno al film vuole lasciare in quella zona d’ombra che separa realtà e finzione. Il film nasce come un divertissement intellettuale sul concetto di arte, di copia, di valenza dell’originale per svelarsi poi, come un’acuta e matura riflessione sulla crisi di coppia. E, si sa, sul tema “non è semplice essere semplici”. La ricerca della perfezione, il paragone con un presunto originale di bellezza, rende qualunque coppia, una copia conforme all’originale, un falso sbiadito e lacero che copre coi panni consunti di una finzione, l’essenza più profonda di qualunque nuda veritas con la quale appare arduo confrontarsi, ad ogni età.
Kiarostami, stavolta, riempie di parole i suoi famigerati e spesso temuti silenzi, scrivendo una sceneggiatura quasi perfetta, più vera del reale, coi suoi dialoghi banali, interrotti da lampi di vivida saggezza e pensieri la cui semplice profondità necessita senz’altro una seconda visione. Facile e fuorviante sarebbe scomodare Il Maestro Bergman che sul disfacimento di una coppia ha posto una pietra tombale in tutti i sensi, col suo splendido “Scene da un matrimonio”. Certo è che i protagonisti del film, lanciati a briglia sciolta da Kiarostami, nulla hanno da invidiare alla bravura dei feticci del regista svedese.
Insomma, un film da gustare piano, come un buon vino rosso, invecchiato al punto giusto, come gli scenari incredibilmente non banali di una Toscana spesso abusata cinematograficamente.
Ed alla fine poco importa domandarsi quanto sia reale la storia che abbiamo visto, perché ciò che davvero conta, alla fin fine, di ogni storia, sono i protagonisti che l’hanno interpretata.
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| | La nostra vita (2010) | (di Foster Kane) | | | |
Claudio (Elio Germano) è un operaio di 30
anni, sposato (la moglie è interpretata da Isabella Ragonese), con due figli e
in attesa del terzo. Il lavoro riserva molte difficoltà ma lui sembra non
preoccuparsene più di tanto e pensa a vivere alla giornata dedicandosi, per
quel poco che può, alla famiglia. Un evento imprevisto lo costringerà ad
attivarsi in un lavoro assai impegnativo che avrà molte ripercussioni su di lui.
Come ne uscirà?
Daniele Luchetti, che ha scritto la
sceneggiatura assieme ai fidi Rulli e Petraglia, realizza forse il suo miglior
film, acclamato a Cannes dove era l’unica opera italiana in concorso. Accuse
sono state mosse al regista (in particolare da una certa cerchia politica) per
l’aver dato un’immagine negativa della società italiana, della serie “i panni
sporchi si lavano in famiglia” (si rimanda alla visione di “C’eravamo tanto
amati” di Scola). Questo non interessa: certo il personaggio interpretato (in
maniera magistrale, bisogna riconoscerlo) da Germano incarna molti difetti
tipici dell’italiano medio, ma possiede anche alcuni pregi (pochi, a dire il
vero, ma buoni e rari). Nel film poi c’è anche lo spazio per tratteggiare altre
due figure: quella del fratello di Claudio, affidata ad un Raoul Bova che ha
ormai fatto il salto di qualità, e quella dell’amico spacciatore, un Luca
Zingaretti che lo spettatore potrà riconoscere solo dopo aver letto il cast nei
titoli di coda.
Luchetti è un regista che merita attenzione:
inizialmente aiuto regista e comparsa dei film di Nanni Moretti esordisce nel
1988 con “Domani accadrà”. Grande ammiratore del maestro francese François
Truffaut è stato in grado di passare dalla commedia (“La scuola”, 1995) al
dramma (“Mio fratello è figlio unico”,2007) dando vita ad opere sempre
convincenti e al di sopra della media dell’attuale cinema italiano.
Consigliato.
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| | Piacere, sono un po’ incinta | (di Technino) | | | |
J-Lo torna al cinema con una commedia che poteva risparmiarsi. Nel film interpreta la parte di Zoe, una ragazza single che decide di provare ad avere un figlio tramite la fecondazione artificiale, ma che incontra l’uomo giusto subito dopo essere uscita dalla clinica in cui ha subito l’intervento….
Piacere, sono un po' incinta, pessimo titolo italiano che ha sostituito quello dell’originale, “The Back-Up Plan” (Il piano di riserva), e’ una commedia lenta e scontata, con un dialogo che non riesce a suscitare interesse e che si basa tutta sui primi piani (belli, in verita’..) del sorriso e degli occhi di Jennifer Lopez. Purtroppo ancora una volta J-Lo dimostra di non saper scegliere un soggetto interessante ed il film scivola stancamente verso lo scontato finale in cui tutto si aggiusta. L’unico momento divertente e’ il siparietto fra Stan che incontra al parco il padre di tre bambini e ne sonda lo stato d’animo: risate sincere….un po’ poco per riscattare il film dalla noia.
Segnaliamo la scena del parto in vasca d’acqua di una delle amiche di Zoe come una delle piu’ orride che si siano viste al cinema: si cerca a tutti i costi di suscitare la risata basandosi su uno stuolo di donne invasate che urlano come ossesse intorno alla partoriente che sembra piu’ una donna da esorcizzare che una che sta per dare al mondo un figlio: il silenzio spaventato dei parecchi bambini presenti in sala e’ stato significativo....
Detto che la regia e’ del semisconosciuto Alan Poul e che nella parte di Stan la produzione ha avuto l’infelice idea di scegliere un insignificante Alex O’ Loughlin, possiamo ricordare che nel film si vede (ed a stento si riconosce..) il novantatreenne Tom Bosley, tanti anni fa interprete del padre di Rick nella serie Happy Days e qui improbabile sposo della nonna di Zoe, che alla fine del matrimonio “ci regala” un trenino di vegliardi che ballano la Conga scuotendo il sedere, con una visione tutta americana della vecchiaia in cui non c’e’ posto per la serena analisi della propria vita, ma si devono scimmiottare i giovani dimostrando di essere alla loro altezza…
In definitiva, un film che e’ meglio evitare come la peste rimandando la visione del sorriso e degli occhi di J-Lo ad occasioni migliori….
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| | Prince of Persia - Le sabbie del tempo | (di Technino) | | | |
Il film prende spunto da un famoso videogioco, che ha avuto un grandissimo successo fra gli appassionati. La storia racconta del piccolo Dastan, un orfano poverissimo che, messosi nei guai per aver rubato una mela, viene adottato dal re di Persia che aveva assistito alla sua fuga acrobatica dalle guardie, rimanendo colpito dalla destrezza e dal coraggio del ragazzo.
Sedici anni dopo, Dastan (Jake Gyllenhaal) viene considerato un nobile principe di Persia assieme ai due diretti discendenti del re, anche se le sue abitudini restano quelle di un ragazzo del popolo. Quando lo zio Nizam (Ben Kingsley) annuncia che nella città santa di Alamut vengono nascoste armi per i nemici della Persia, i tre principi conducono un attacco alla città e la espugnano grazie soprattutto all'intervento coraggioso di Dastan. La principessa di Alamut, la bella Tamina (Gemma Arterton), cerca inutilmente di convincere gli invasori che non ci sono armi nascoste, ma le sue maggiori preoccupazioni sono rivolte verso un misterioso pugnale dal manico in vetro sottrattole da Dastan durante la battaglia…..
Il regista Mike Newell, con l’esperienza maturata in Harry Potter ed il Calice di Fuoco, cerca di costruire un colossal d’azione, incentrato su scene di battaglia forzatamente artificiose (dato che si tratta pur sempre di un eroe “di silicio”...), ma comunque godibili, e cerca di movimentare un soggetto un po’ scombiccherato con qualche scena spiritosa (l’incontro con i predoni del deserto appassionati di corse di struzzi, con il capo interpretato da un simpatico Alfred Molina), con l’arrivo dei misteriosi “Assassini” e, purtroppo, con parecchie situazioni scontate fra i protagonisti: Jake Gyllenhaal ha il carisma per cavarsela bene nella parte del funambolico Dastan, molto meno la principessa a cui Gemma Arterton non riesce a dare spessore con una recitazione un po’ infantile, mentre Ben Kingsley, nella parte dello zio, sembra divertirsi ad interpretare un personaggio dai toni volutamente esagerati.
Il film doveva raccogliere, nelle intenzioni della Disney, l’eredita’ di due grandi successi: I pirati dei Carabi ed Il Mistero dei Templari, ma non riesce ad avvicinare nemmeno lontanamente le atmosfere misteriose e divertenti dei film precedenti, per colpa di un soggetto troppo semplicistico, aggravato da una notevole banalita’ dei dialoghi e dalla mancanza di un cast dello stesso livello.
Ne viene fuori un film che, anche se sara’ comunque gradito agli appassionati del videogioco, non ci sentiamo di consigliare a tutti.
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| | Notte folle a Manhattan | (di Technino) | | | |
Phil (Steve Carell) e Claire Foster (Tina Fey) sono marito e moglie e stanno attraversando un crisi di noia. Temono di diventare una tipica coppia senza stimoli, sul viale del tramonto, e decidono quindi di dedicare una serata alla settimana a loro stessi, andando a cena fuori, lasciando i figli con una baby-sitter.
A lungo andare pero’ anche le serate sempre nello stesso ristorantino diventano routine e cosi’ Phil decide di portare Claire a Manhattan, nel ristorante più esclusivo della città. Qui, senza prenotazione, provano a spacciarsi per una coppia che non si era presentata al momento di occupare il tavolo, i coniugi Tripplehorn. Scelta sbagliata perché i Tripplehorn sono una coppia di ladri braccati da due poliziotti corrotti in combutta con un boss della malavita.
Inizierà una fuga spericolata alla ricerca della verità in cui Phil e Claire dimostreranno una notevole scaltrezza e capacita’ di adattamento alle situazioni, e ritroveranno stimoli ormai sopiti.
Il regista Shawn Levy ci offre una commedia degli equivoci un po’ folle, sul classico tema dello scambio d'identità e sulle difficoltà di mantenere un forte legame affettivo quando il tran tran di tutti i giorni finisce per togliere il romanticismo ed appiattire il desiderio.
I due protagonisti, due stelle della televisione americana, sono pero’ un po’ sprecati perche’ la sceneggiatura e’ piuttosto “povera” e le situazioni veramente comiche scarseggiano. Le scene d’azione si limitano a qualche fuga in auto (mai vista quella effettuata su una Audi R8 potentissima ed un taxi agganciati per il paraurti: notevole...) ed a qualche dialogo brillante fra i protagonisti, che sembrano nati per recitare insieme ed hanno la rara capacita’ di far ridere semplicemente con lo sguardo.
Aspettiamo quindi che i due attori facciano coppia in qualche altro film comico d’azione, sperando che questa volta il plot li aiuti. Nell’attesa, questo film e’ meglio vederlo in DVD e risparmiare il biglietto del cinema…
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| | Robin Hood | (di Technino) | | | |
Dopo “il Gladiatore” e “Le Crociate”, la coppia Ridley Scott e Russell Crowe ci regala un altro film destinato ad entrare nella storia del cinema: il Robin Hood che ci fa vedere il regista e’ completamente diverso dal personaggio di tanti film precedenti, molto piu’ “realistico” ed umano.
Siamo nel XII secolo dopo Cristo, Robert Longstride (Russell Crowe) è uno degli arcieri a servizio di Riccardo Cuor di Leone. Dopo dieci anni di crociate e di stragi fatte nel nome di Dio, Riccardo sta tornando in Inghilterra saccheggiando i castelli che trova lungo il suo cammino. Un re molto lontano dalla figura eroica e mitica della leggenda...
Non raccontiamo il seguito della bellissima trama, una sorta di "prequel" della storia degli altri film, che si intreccia con gli avvenimenti dell’epoca buia che l’Inghilterra viveva in quel periodo.
Il film si segue fino alla fine con grande emozione, merito della regia eccellente di Ridley Scott e del protagonista, uno straordinario Russell Crowe che riesce sempre ad entrare in perfetta sintonia con il personaggio che interpreta. L’attore si e’ rimesso in forma sottoponendosi ad un duro allenamento per poter rivestire i panni di un eroe che richiedeva una notevole maestria nel maneggiare le armi pesanti dell’epoca. Crowe riesce a dare al suo personaggio un mix perfetto di umanita’ e forza fisica, con una sensibilita’ che riesce a far breccia anche nel cuore dell’energica e “spigolosa” Lady Marion, eroina perfettamente interpretata da una Kate Blanchett che eclissa tutte le attrici precedenti.
Il cast vede anche le presenze notevoli del mitico Max Von Sydow (nella parte di Signore di Nottingham) e di un perfetto “villain”, quel Mark Strong che avevamo ammirato come perfido avversario dello “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie.
Un’ambientazione perfetta in ogni dettaglio, battaglie filmate con straordinaria maestria, un montaggio al fulmicotone che tiene sempre desta l’attenzione dello spettatore rendono il film un capolavoro, assolutamente imperdibile da tutti i veri appassionati di cinema, che sappiano ancora emozionarsi di fronte alle avventure, senza mettersi troppo a filosofeggiare sulla veridicita’ storica di certe scelte della sceneggiatura: un film e’ “fiction”, se si vuole la storia meglio leggere un libro…
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| | Perdona e dimentica | (di Antonegò) | | | |
Todd Solondz ha il merito di condurci in una realtà stralunata e depressiva, disturbante e straniante, ma nonostante questo o, forse, proprio per questo, riesce a rapire il nostro intelletto, forse più del nostro cuore. “Life during wartime”, questo il titolo originale (ma nel titolo italiano si è preferito dare voce a uno dei temi ricorrenti del film) è il seguito di quel piccolo gioiello che alla fine degli anno ’90 ci sconvolse, il geniale “Happiness”, ma con attori differenti ad interpretare i personaggi del film.
Cantore cinico di una società imperiale sempre più in declino, Solondz tratteggia piccoli personaggi strepitosi, come Chloe, già schiava dello xanax e del karaoke a sette anni, l’informatico abulico ossessionato dalla Cina e, tra dialoghi surreali, ma fulminanti che sono valsi al regista il premio per la miglior sceneggiatura all’ultimo festival di Venezia, ci porta lungo percorsi stimolanti per la nostra mente avida di originalità e intelligenza.
Ma in questo cerebralismo un po’ radical-chic riesce anche a commuoverci, quando il padre pedofilo, rifiuto della società, riesce a incontrare il figlio universitario, perché, in fondo, dinanzi a un padre, che importanza hanno libertà e democrazia?
Si può perdonare? Si può dimenticare? Forse né l’uno né l’altro. Probabilmente non si può perdonare, se si dimentica, né si può dimenticare, se si perdona.
L’America di Solondz è un paese in guerra, in guerra con se stesso, il cui popolo decadente e senza più valori si trascina tristemente in una società malata e morbosa che sogna la normalità e la semplicità.
Certo, non un film per molti. Ma a quei molti lasciamo volentieri i cinepanettoni.
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| | I gatti persiani | (di Antonegò) | | | |
Bahman Ghobadi, regista iraniano, già aiuto-regista di Kiarostami, famoso per il suo “Il tempo dei cavalli ubriachi”, Caméra d'or per la miglior opera prima e premio FIPRESCI a Cannes 2000, torna vincitore al festival francese con quest’opera vitale e originale (premio speciale della giuria del Certain Regard 2009).
Girato in soli 17 giorni, in Iran, e senza le autorizzazioni governative, il film si presenta come una serie di videoclip perfettamente inseriti nella storia di una coppia di giovani musicisti, interpretati dall’affascinante Negar Shaghaghi e da Ashkan Kooshanejad, i quali, usciti di prigione, tentano di mettere su un complesso rock-indie, attingendo dalla scena underground della capitale iraniana Teheran.
Il merito primario di questo film fresco ed energico è senz’altro quello di aprirci gli occhi su un mondo lontano, come una bella finestra sulla realtà musicale clandestina di un Paese in bilico tra fermento innovativo e teocrazia integralista e soffocante.
Non dimentichiamo che un altro famoso regista iraniano, Jafar Panahi, una delle voci più critiche di Ahmadinejad, è stato arrestato insieme alla figlia e a 15 ospiti, nella sua residenza di Teheran, lo scorso 3 marzo! Non dubitiamo, quindi, che lo stesso Ghobadi avrà dei seri problemi, dopo il successo internazionale di questo piccolo e coraggioso film.
Lungi dall’essere irritante, l’estetica da videoclip di questo film si prefigge lo scopo, riuscito, di farci conoscere il panorama rock – indie, rap persiano, metal, folk, immergendo questa musica nelle immagini di un Paese pieno di contraddizioni, ma culturalmente vivo e attivo, in cui il fermento artistico, sintomo di una comunicazione universale, ci mostra come la passione può far crescere un fiore persino nel deserto più ostico.
Con ilarità e leggerezza, ma anche con crudezza e vigore di immagini rubate alla realtà urbana, il film ci conduce verso un finale di cui non è lecito parlare, ma che, essendo piaciuto al sottoscritto, potete intuire di che tenore sia.
Resta una musica, forte, vera, sincera e la speranza ch’essa sia il linguaggio universale che, un giorno, tutti parleremo, in pace e libertà.
Colonna sonora da acquistare.
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