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Un saluto a Claude Chabrol

E’ dalla Turchia, dove mi trovavo in vacanza, che sono venuto a conoscenza tramite sms del decesso di colui che era attualmente il maggior regista francese vivente: Claude Chabrol.

Più di cinquanta film racchiusi nel periodo che va dal 1958, anno in cui esordisce con “Le beau Serge”, al 2009 quando realizza “Bellamy” con Gérard Depardieu. Mezzo secolo di onorata attività in cui accanto ad opere poco rilevanti se non trascurabili (pensiamo a “Gli innocenti dalle mani sporche” un giallo insipido paragonabile ad un telefilm) da alla luce dei piccoli capolavori. Ma la carriera di questo regista è stata tutt’altro che semplice e dovranno passare diversi anni dal suo esordio prima di affermarsi e di riscuotere il plauso sia del pubblico che della critica.

È infatti nel 1968 che qualcosa comincia a cambiare: tre film diretti a catena fanno di Chabrol un autore e fanno mutare l’idea che fosse il regista di serie B della Nouvelle Vague. “Stephane una moglie infedele”, “Ucciderò un uomo” ed “Il tagliagole” sono le opere del cambiamento. Il suo genere prediletto è il giallo (non a caso scrisse assieme a Rohmer un saggio su Hitchcock) ma Chabrol non si accontenta di essere un regista e vuole essere un autore che con i suoi film deve esporre delle tesi. Ed è proprio a partire da questi anni che matura in lui l’idea dell’eccesso, ovverosia dimostrare quali possono essere le conseguenze dell’eccesso visto sotto varie forme come il desiderio di arricchirsi, il tradimento o la brama di potere.

I film realizzati successivamente ne confermano il talento almeno fino alla metà degli anni settanta: seguirà una fase di calo che, con l’eccezione di alcune opere come ad esempio “Violette Nozière”, durerà sino alla fine degli anni ottanta quando con “Un affare di donne” ottiene un successo di pubblico e critica che lo accompagnerà in quasi tutte le sue opere future. Ed è qui che sta la grandezza di Chabrol, che con il passare degli anni migliora a differenza di quello che (purtroppo) è successo e succede ad altri registi che un po’ per la stanchezza e un po’ per esigenze alimentare si trovano a dirigere film che in pratica non gli appartengono.

Attivo fino all’ultimo ci dispiace pensare che non vedremo mai più un film di Claude Chabrol, che ci lascia pochi mesi dopo la dipartita di un altro dei padri fondatori della Nouvelle Vague: Eric Rohmer.


Addio Eric...

L’11 gennaio scorso ci ha lasciati Eric Rohmer, uno dei più importanti registi francesi contemporanei. Ma Rohmer (il cui vero nome era Maurice Scherér) fu anche commediografo, scrittore, autore di programmi televisivi nonché critico cinematografico. Assidua la sua collaborazione con la rivista “Les Cahiers du cinema” assieme a Rivette, Chabrol, Godard e Truffaut, ovverosia i pionieri della Nouvelle Vague. Una carriera lunghissima, iniziata nei primi anni cinquanta con alcuni cortometraggi e proseguita per circa mezzo secolo, in cui anno visto la luce opere di alto pregio tra cui ricordiamo “La mia notte con Maud” (senza ombra di dubbio il suo capolavoro), “L’amore e il pomeriggio” e “Pauline alla spiaggia”. Rohmer fu un regista originale, ben diverso dai suoi colleghi e che soprattutto è riuscito nel corso degli anni a restare fedele al suo stile. Quale stile? In una parola si potrebbe definire “essenziale”. Ma attenzione: l’essenzialità era un tratto distintivo della “Nouvelle Vague” i cui film venivano realizzati con pochi mezzi, ma mentre quasi tutti gli altri registi si convertiranno lentamente alle logiche di mercato (pensiamo soprattutto a Truffaut), Rohmer non tradirà mai (o quasi) il suo stile. E quindi le sue opere saranno sempre dominate dalla semplicità, dal rifiuto di scenografie costose (con l’esclusione di “Perceval”, suo unico film in costume) e dall’impiego di attori famosi. Uniche eccezioni, sotto quest’ultimo aspetto, sono “La mia notte con Maud” (in cui figurano Jean Louis Trintignant e Françoise Fabian) ed “Il ginocchio di Claire” (con Jean Claude Brialy). L’altro aspetto fondamentale del cinema rohmeriano erano i dialoghi: i suoi sono forse tra i film più parlati della storia del cinema e questo in parte spiega il non grande successo riscosso tra il pubblico medio che li ha spesso etichettato come “noiosi”. Addirittura “La mia notte con Maud” costituisce oggetto di una battuta in un notevole film di Arthur Penn, “Bersaglio di notte”, in cui Gene Hackman, all’invito della moglie ad andare a vederlo al cinema, risponde con “perché spendere dei soldi per sbadigliare?”. E pensare che Penn era uno dei registi più apprezzati dalla Nouvelle Vague! Ma tralasciando queste considerazioni non possiamo non ricordare questo grande regista che in un certo senso con i suoi film ci ha offerto la visione di un mondo che forse non esiste, un mondo in cui non si parla di politica, di tragedie, di malattie ma solo di amicizia, sentimenti e altre cose belle. In sostanza Rohmer poteva apparire come l’esatto opposto di Godard: eppure tra i due qualcosa in comune c’era…

 

Due curiosità:

Godard fa una comparsata nel primo lungometraggio di Rohmer, “Il segno del leone”;

La casa di produzione di una buona parte dei suoi film (“Les films du losange”) fu fondata assieme al futuro regista Barbet Schroeder (autore, tra gli altri, de “Il mistero Von Bulow”)


Cinema in ALLEGRIAAAAA!!!

Dopo Michael Jackson, si torna a parlare di personaggi che, noti per una carriera apparentemente ben lontana da tematiche cinematografiche, hanno invece dato il loro contributo al mondo della celluloide.
Questa volta è il caso di Mike Bongiorno, padre della televisione italiana e famigerato conduttore di Quiz che ha lasciato il mondo terreno lo scorso 8 Settembre e al quale dedichiamo questo speciale in omaggio alla sua carriera, anche cinematografica!
Bongiorno nacque a New York nel lontano 1924 e la location della sua infanzia contribuì notevolmente alla sua formazione “televisiva” che lo favorì nell’importare in Italia il gioco a premi e nell’impostare un nuovo format con sponsor incluso.
Il primo quiz in tv, dopo esperienze radiofoniche, fu “Lascia o Raddoppia?” e l’anno di messa in onda il 1955.

Forse non tutti sanno che nello stesso anno, mentre intratteneva milioni di spettatori, Mike Bongiorno maturava ambizioni ben diverse ed intraprendeva, contemporaneamente ai suoi show, il ruolo di attore in ben tre film: nel primo, di Luigi Zampa, intitolato “Ragazze d’oggi”, impersonava, insieme a Paolo Stoppa, uno dei tre spasimanti di altrettante tre sorelle in una commedia sentimentale di poco rilievo.
La seconda pellicola datata 1955 vide Bongiorno non solo nella parte che più gli si addiceva, quella del conduttore di una trasmissione televisiva in cui bisognava indovinare un brano musicale, ma anche nel ruolo di sceneggiatore insieme al regista Stefano Canzio e al più noto Lelio Luttazzi; titolo del film “Motivo in maschera” dall’omonima trasmissione radiofonica.

L’ultimo dello stesso anno, a cavallo con il ’56, fu “Il prezzo della gloria” un film di guerra, genera davvero curioso per l’ormai noto presentatore che interpretò un rigoroso ufficiale di Marina; è la storia di un rapporto conflittuale tra un Comandante molto severo di un cacciatorpediniere e il suo Primo Ufficiale intento a portare a termine una pericolosa missione.
Mike Bongiorno sembrava non voler demordere e continuò nel 1956 con un’altra pellicola: “I Miliardari”, commedia in cui due ricchi industriali si mettono d’accordo per far sposare i loro figli non del tutto bellissimi…
Quasi sicuramente lo scarso successo sul grande schermo, che si contrapponeva all’enorme seguito avuto in RAI, ha pesato sulle scelte e sul futuro della carriera di Mike.
I riscontri positivi del suo Quiz erano talmente tanti da spingere addirittura il grande Totò ad intitolare uno dei suoi film più simpatici col nome del famigerato gioco a premi, “Totò lascia o raddoppia?”, sempre del 1956. Mike, ovviamente, non poteva che interpretare sé stesso nell’atto di interrogare il concorrente De Curtis. Memorabile la scena in cui domandò il nome di un cavallo dando la possibilità di vederne solo il primo piano in fotografia: la gag giocava sul fatto che il cavallo aveva la bocca chiusa e siccome “a caval donato non si guarda in bocca”, il suo nome doveva essere Donato!
Da questo momento della sua vita in poi, Mike Bonqiorno fece solamente dei piccoli cameo in altre produzioni cinematografiche interpretando sempre sé stesso e scherzando con molta autoironia sui suoi quiz e sul suo modo di condurre.

Tra le tante pellicole, sono da ricordare: “Il giudizio universale” di Vittorio DeSica (1961),
“La vita, a volte, è molto dura, vero Provvidenza?” di Giulio Petroni (1972) in cui interpretava un certo Mike Goodmorning (!!!) con cappello e cinturone da cow-boy insieme a Tomas Milian in un demenziale spaghetti-western;

il bellissimo “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola (1974) in cui, durante una puntata del “Lascia o Raddoppia?” invalidava la domandona finale del concorrente Stefano Satta Flores preparato in materia di cinema, che contestava il motivo per cui, il bambino protagonista di “Ladri di Biciclette”, si metteva a piangere in una scena del film.

Forse la più divertente apparizione di Bongiorno è all’interno di un film “trash” dell’82 dal titolo “Sogni mostruosamente proibiti” interpretato da Paolo Villaggio: quando il protagonista si mette a sognare di diventare miliardario grazie ad un gioco a premi, ecco che compare l’impeccabile Mike che stordisce il concorrente con domande difficilissime; ma Paolo Coniglio (Villaggio) è preparatissimo su tutto quello che riguarda lo sport fino ad arrivare a saper ripetere tutti i nomi degli spettatori della curva sud, settore H, della partita del 1962 Brasile-Uruguay compreso il soprannome dell’ultimo della lista, detto … U’Carcamagno !

La sua ultima apparizione sul grande schermo sembra risalire al 1999 nel film di Marco Pozzi “20 – Venti”, tra l’altro prodotto dalla moglie e dal figlio minore di Mike.

Un importante apporto al mondo del cinema viene proprio dall’aver fondato con la Moglie la casa di produzione Bongiorno Productions (ce la immaginiamo pronunciata col suo impeccabile accento americano) in cui lavora tutta la famiglia soprattutto in ambito documentaristico.

Seguono in tempi più recenti tutti gli spot pubblicitari insieme a Fiorello con cui ha divertito tutto il pubblico, ma, cosa più importante, si è divertito in prima persona con la sua particolare ironia e autoironia che, purtroppo, durante la sua carriera fatta di notai, domande rigorose e regole severe, è uscita allo scoperto di rado.

In fin dei conti, un predicatore dell’Allegria come lui non poteva che essere allegro!


Michael Jackson - King of Pop...Corn



25 Giugno 2009. L’ultima leggenda della musica ci lascia per finire nel mito come suoi illustri colleghi. La pop star per eccellenza, di quelle per cui ancora si vedevano scene di isterismo e svenimento, saluta i suoi fans (e non) lasciando una traccia indelebile nella storia della musica.
Ma non solo.
L’influenza di Michael Jackson, nei suoi cinquant’anni di vita, si è risentita un po’ ovunque, dalla moda, alla danza e naturalmente… anche nel cinema.
Dal momento che ci occupiamo di celluloide, vogliamo rendere omaggio a questo grande artista soffermandoci sull’aspetto che più ci tocca da vicino, attraverso una piccola e specifica cronistoria.

Iniziamo da una delle tante caratteristiche che lo hanno reso unico: MJ si è sempre dimostrato intenzionato a realizzare, per le sue produzioni, video musicali che si accostassero più a dei cortometraggi cinematografici che a semplici clip promozionali dei brani. Per realizzare i suoi sogni e raggiungere questo scopo col massimo dei risultati, sono stati ingaggiati registi di fama mondiale a cominciare dal grande John Landis che, nel lontano 1982, ha realizzato il mini-film “Thriller”.
Fu un evento unico nel mondo della musica, mai nessuno aveva realizzato niente del genere. Non a caso l’omonimo album è ancora nel guinness dei primati come il disco più venduto in assoluto ad oggi. L’ingente impiego di effetti speciali, una coreografia particolarissima, il make-up degli zombie ballerini e una trama vera e propria fecero entrare di diritto il film e Michael nell’Olimpo degli artisti.

Landis non fu una scelta casuale, ma motivata dal "bagaglio culturale” che portava con sé dopo aver diretto, l’anno precedente, il blockbuster “Un lupo mannaro americano a Londra”; era decisamente l’unico a saper trasformare in maniera efficace il cantante in un essere ululante.

Inizialmente il video è stato bocciato dalla casa produttrice di Jackson;  il disco era ormai uscito da tempo, non necessitava di ulteriore promozione, tantomeno di un’ulteriore costosissima promozione per la realizzazione del filmato. Per racimolare i fondi e realizzarlo a tutti i costi, Michael pensò bene di vendere, all’emittente MTV, l’esclusiva per realizzare un backstage.
Il resto è storia!

Ad oggi il corto corredato di backstage è reperibile solo in VHS.
Probabilmente, a valle degli ultimi eventi, la pubblicazione in DVD avverrà presto… Il solo video invece è stato riproposto in varie raccolte.

Divenuto ormai una gallina dalle uova d’oro, per lanciare il suo nuovo album, Jackson ha scomodato addirittura Martin Scorsese per la realizzazione, nel 1987, del corto “Bad”.
All’epoca Scorsese era già osannato da tutto il mondo per film come “Taxi Driver”, “Toro Scatenato” e “New York, New York”.
La collaborazione con Jacko fu anch’essa di grande richiamo e il successo assicurato. La storia parla di un ragazzo 'per bene' che viene messo in mezzo da compagni poco raccomandabili fino a quando, stufo di subire, si trasforma in un “cattivo” che a suon di piroette fa capire ai suoi amici che il loro bullarsi equivale al nulla!
Nella parte del teppista antagonista è facilmente riconoscibile un giovane Wesley Snipes prima di raggiungere la fama in film come “Mo’ Better Blues”, “Jungle Fever” e la più recente trilogia di “Blade”.
Del video esistono due versioni, quella originale di circa un quarto d’ora e quella corta con la sola canzone. Entrambe le versioni sono disponibili in DVD.

Dallo stesso album, nell’89 viene estratto il singolo “Liberian Girl” nel cui video compaiono, in un susseguirsi di cameo, attori e registi amici del cantante tra cui: Steven Spielberg, Rosanna Arquette, Dan Aykroyd, Richard Dreyfuss, Lou Ferrigno, Danny Glover, Steve Guttemberg, Whoopi Goldberg e soprattutto John Travolta e Olivia Newton-John che duettano di nuovo a distanza di 11 anni dall’indimenticabile “Grease”.

Anno nuovo, cortometraggio nuovo: nel 1991 esce l’album “Dangerous” lanciato dal video di “Black or White”. A dirigere di nuovo la pop star viene richiamato l’amico John Landis che, anche in questo caso, è riuscito a dispiegare un caleidoscopio di effetti speciali utilizzando la più avanzata tecnica di “morphing” mai vista prima. Il “morphing” è quell’effetto grafico che trasforma nella maniera più fluida possibile un’immagine in un’altra, oggi ampiamente utilizzato in tante pellicole.
Ancora una volta Jackson si era dimostrato un pioniere!

Nel video il cantante passa da una parte del mondo all’altra portando messaggi di pace e uguaglianza.
Tra gli interpreti l’allora piccolo Macaulay Culkin e due ospiti d’eccezione: Homer e Bart Simpson!
L’apparizione animata di casa Fox è dovuta ad uno scambio di favori tra la major e il cantante che ha prestato la sua voce in un memorabile episodio della serie “I Simpson” dal titolo “Papàzzo da legare” in cui Homer conosce un insano di mente che pensa di essere Michael Jackson, ma non conoscendo il vero re del pop… crede che l’individuo evaso dal manicomio sia il vero Jackson!

Il mini-film di “Black or White”, della durata di 11 minuti, ha visto raramente la luce in TV poiché ha suscitato un insieme di polemiche legate alla parte finale in cui il cantante distrugge un’automobile a colpi di mazza! Dopo due giorni la sua messa in onda si è potuta vedere solo la versione censurata, almeno in fascia oraria protetta. L’originale è comunque recuperabile in DVD!
Allo stesso modo è reperibile il video "Remember The Time", secondo tratto dal disco, in cui segnaliamo la presenza di Eddie Murhy nella parte di un faraone geloso.

Sempre relativamente all’album “Dangerous”, poco prima la sua pubblicazione, fu trasmesso un “teaser” di pochi preziosi secondi. Il fatto che siano preziosi è dovuto al regista del breve spot che risponde al nome di David Lynch, reduce dall’enorme successo della serie “Twin Peaks”!

Per l’album seguente, “History”, non viene realizzato alcun cortometraggio degno di essere chiamato così. Al suo interno, però, è contenuto un bell’omaggio al mondo del cinema; Jackson ripropone, tra i brani, la sua personale interpretazione della bellissima “Smile” scritta dal Maestro Charlie Chaplin, composta per il film “Tempi Moderni”.

Il regista di spicco per la realizzazione del singolo "They don't care about us" è Spike Lee; un brano contro la discriminazione razziale che, per la tematica, sembra calzargli a pennello. Ne gira ben due versioni: una, meno conosciuta e mai pubblicata per l'hv, è ambientata interamente in un carcere, l'altra per le strade di Rio de Janeiro.

Nel 1997 Jackson, non più all’apice della carriera, tentò un esperimento simile a quello di “Thriller”, forse pensando che, riproponendo qualcosa di già visto, avrebbe potuto riottenere la stessa eco di un tempo. Rivediamo, così, nel video “Ghost”, di circa 40 minuti, Michael Jackson ballare e cantare in un tetro castello insieme a fantasmi e spiritelli, che sostituiscono gli zombie di quindici anni prima. Nel corto Jackson ha interpretato anche un altro personaggio, reso irriconoscibile da un trucco eccellente che lo ha reso un anziano e obeso uomo bianco.

Dietro la macchina da presa: Stan Winston, un mago degli effetti visivi realizzati artigianalmente e non al computer.
Nonostante i notevoli sforzi produttivi, il film non riscosse il minimo successo al di fuori dei fedeli fans.
Un segno forse dei tempi cambiati, fatto spesso di “idol” usa-e-getta in cui il RE del pop si sentiva probabilmente “declassato” a semplice… principe!

Da metà degli anni ’90 la potenza di Jackson fu ridimensionata anche a causa delle varie  vicende giudiziarie in cui è stato coinvolto ed ogni tentativo di strafare per tornare in auge non andò a segno.

L’ultimo sforzo è legato al suo ultimo album “Invincible”, del 2001, per cui volle realizzare ancora un lungo video musicale riproponendo, però, un clichè da lui già usato troppe volte, quello del gangester che vuole conquistare la bella di turno.
A nulla valsero le partecipazioni di Chris Tucker e addirittura Marlon Brando nella parte di un boss mafioso (!!!!). Il successo non tornò ai livelli mondiali a cui era abituato.
Inizialmente la parte di Brando venne proposta a De Niro che rifiutò per altri impegni.

Michael Jackson fu un pioniere anche per quanto riguarda il 3D, che sta cominciando ad andare di moda al cinema solo oggigiorno!
Nel lontano 1986, tra il successo di “Thriller” e “Bad”, Jackson è stato protagonista di un corto fantascientifico dal titolo “Captain EO”, interpretato, tra gli altri, da Angelica Huston e realizzato dalla Disney solo ed esclusivamente per il parco giochi Epcot all’interno dell’immensa struttura di Disney World in Florida.
Per la prima volta veniva proiettato un film con una tecnica di “polarizzazione” messa a punto dalla Kodak attraverso la quale sembrava possibile toccare il cantante e tutto quello che veniva riprodotto sullo schermo! Abituati a finti 3D con occhialini dalle lenti verdi e rosse, questa tecnologia lasciava davvero sbalorditi!
Il coinvolgimento, poi, aumentava dal momento che la sala, costruita ad hoc, era equipaggiata di raggi laser, fumo e flash che, sommati al film, rendevano ancora una volta la star del pop qualcosa di inimitabile e unico!
Se ci si voleva fare del male ulteriormente, bastava considerare che la regia era di un certo Francis Ford Coppola, mentre il soggetto, la produzione e gli effetti speciali di un tizio chiamato George Lucas!!
A nessuno importava della banale trama del giovane capitano EO, in giro per lo spazio a trasformare pianeti malati e corrotti in colorati e fiabeschi mondi a suon di colpi di danza!
Il filmato è stato godibile a Disney World purtroppo fino al Luglio 1994, mentre a Disnayland in California è stato programmato per altri tre anni; l’ultimo parco giochi a tenere l’attrazione è stato l’Euro Disney di Parigi, nel ’98.
Esiste una rarissima VHS del film, mai distribuita al di fuori dei parchi gioco, con le versioni sia a schermo pieno che a schermo panoramico e un bel backstage a corredo.

Per quanto riguarda il cinema inteso come lungometraggio, si può dire che Jackson si sia fondamentalmente cimentato in soli due lavori.
Il primo, davvero degno di nota, è stato “The Wiz”, rivisitazione musicale del celebre “Mago di Oz” in cui interpretava lo “spaventapasseri” alla ricerca di un cervello. All’amica del cantante, Diana Ross, il ruolo di Dorothy.
Al di là dell’interpretazione di Michael, il film è un incalzante susseguirsi di strepitose musiche soul e pop e di scene memorabili contornate da una scenografia degna del più costoso musical di Broadway! Raccomandatissimo a tutti gli amanti del genere.

La seconda produzione cinematografica di Jackson risale al 1988: “Moonwalker” il titolo, ripreso dal celebre passo "all’indietro”, segno di distinzione del cantante che lo faceva sembrare come se camminasse sospeso nell'aria, spinto da un forte vento. Il film altro non era che un collage di spezzoni autocelebrativi che ripercorrevano la carriera di Jackson intramezzati da brevi filmati originali simili a clip musicali.
Solo nel secondo tempo sembrava iniziare una trama dove il ‘gangster’ Michael si batte per difendere i bambini attraverso i quali il cattivo Mr. Big, interpretato dall’attore Joe Pesci, vuole spacciare droga!
Dalla pellicola è stato estratto il lungo numero musicale che ha promosso la canzone “Smooth Criminal” e che è valso tutto il film.
In USA fu un insuccesso clamoroso e non venne neanche distribuito nelle sale contrariamente al nostro Paese dove ha resistito qualche settimana!

Altre collaborazioni dirette con Hollywood possono essere individuate in alcune colonne sonore originali e in qualche cameo. Nel primo caso Jackson ha scritto per i due capitoli di “Free Willy” (1993 e 1995) rispettivamente le canzoni “Will you be there”, il famigerato brano incriminato di essere un plagio del nostrano Albano, e “Childhood” in cui racconta un po’ la sua infanzia.
Per l'amico Spike Lee e il suo film “Bus – In viaggio” (1996) ha realizzato il bellissimo, ma decisamente poco conosciuto brano “On the line”.

Tornando indietro con la memoria è senza dubbio da segnalare il bellissimo story-book tratto dal film “E.T. L’Extra Terrestre” (1982)! Per l’amico Steven Spielberg, Michael associa la sua voce alla narrazione del film in versione 33-giri con libro da sfogliare e regala alla storia l’inedita “Someone in the dark” dedicata al piccolo alieno. Naturalmente nella sola edizione inglese… Un vero pezzo per collezionisti!

Per quanto riguarda le sue improvvise apparizioni vogliamo ricordare in primis il divertente ed autoironico cameo in “Men In Black II” in cui Jackson, verso la fine del film, interpreta l’agente “M”, un credibilissimo alieno alleato, membro della squadra segreta degli uomini in nero che tiene a bada altri invasori spaziali!
Diversa la sua partecipazione al film “Miss Cast Away” il cui personaggio, però, si chiama guarda caso “Agent MJ” !!

Le sue canzoni, infine, continuano ad essere utilizzate in tante produzioni, come riferimenti ai suoi balletti o alle sue mosse.

Un’incredibile forza della natura, nato e cresciuto solo per la musica, timido, ma straordinario entertainer in ogni campo, anche nel gossip, ballerino posseduto da una forza che va oltre l’umana comprensione, cantante dall’estensione vocale irraggiungibile e a suo modo … attore!

Tutto questo era, è e per sempre rimarrà Michael Jackson.


In ricordo di un grande: Michelangelo Antonioni - terza e ultima puntata

Professione: reporter (1975):

 

soggetto:Mark Peploe  


sceneggiatura: sceneggiatura: M. Antonioni, Mark Peploe, Peter Wollen

 

fotografia: Luciano Tovoli

 

musica: Ivan Vandor

 

interpreti: Jack Nicholson, Maria Schneider, Jenny Runacre, Stephen Berkoff 

 

Con “Professione: reporter” Antonioni realizza uno dei suoi maggiori capolavori: lo stesso regista ebbe a dichiarare che il film, se fosse stato montato inserendo tutte le sequenze previste, costituirebbe la sua migliore opera. Concepito anni prima, doveva intitolarsi “Tecnicamente dolce” e a produrlo sarebbe stato Carlo Ponti. Quest’ultimo, però, respinse il soggetto e ne accettò un altro da cui prese corpo “Blow up”.  

In “Professione: reporter” assistiamo ad un scambio di persona (e di personalità): David Locke (Jack Nicholson in una delle sue migliori interpretazioni), un reporter che sta realizzando un servizio nel Sahara, si sostituisce ad un uomo fisicamente simile che egli trova privo di vita nello stesso albergo in cui alloggia. Creduto morto inizia a vivere una nuova vita. Attraverso l’agenda di Robertson (questo il nome della persona cui si sostituisce) capisce che egli era un trafficante di armi: decide di andare agli appuntamenti fissati che lo porteranno in più paesi. Durante il tragitto incontrerà una ragazza che lo condurrà sino alla fine, in Spagna, dove, in un piccolo Motel, verrà assassinato. 

Questo sinteticamente il plot narrativo del film, scritto assieme a Mark Peploe (fratello di Clare People, compagna di Antonioni e futura regista) e che per la prima volta da “L’avventura” non reca la firma di Tonino Guerra. I punti di contatto con “Blow up” sono evidenti: anche qui abbiamo un uomo che riprende delle immagini che, alla fine, risultano differenti dalla realtà. Ma il Thomas di “Blow up” è differente dal David di “Professione: reporter”. Il primo è un artista che trasforma le immagini in foto (cioè delle opere artistiche); il secondo, invece, filma situazioni reali con uno scopo documentaristico. Purtroppo si renderà conto (e ci renderemo noi stesso conto attraverso i numerosi flash-back) che quello che egli riprende con la telecamera è finzione. Un esempio evidente si ha durante l’intervista filmata ad un Presidente di un imprecisato Stato africano: quello che egli dice di fronte alla telecamera non corrisponde a quello che realmente pensa.

Se con “Blow up” l’attenzione del regista si era focalizzata essenzialmente sulle immagini, in “Professione: reporter” è la figura del protagonista assieme alle immagini che egli vede e ci fa vedere a costituire l’asse centrale dell’opera. David Locke costituisce pertanto una delle classiche figure Antonioniane: un perdente, sia sotto il profilo professionale che sentimentale (la moglie lo tradisce e pur credendo poco alla morte del marito non sembra interessarsene più di tanto) e che crede di cambiare vita cambiando identità. L’aspetto che possiamo definire filosofico del film viene tradotto in immagini di altissimo livello attraverso la consueta sapienza del regista ferrarese acquistando così non solo un “valore cinematografico” ma anche un “significato cinematografico”. Il ruolo del regista, in fondo, è simile a quello del reporter David Locke e cioè riprendere delle situazioni “finte”. Antonioni inoltre sperimenta nuove tecniche di regia tra cui quella in cui la telecamera ci mostra delle immagini viste con l’occhio del protagonista (visione soggettiva) per poi inquadrare il protagonista stesso (visione oggettiva). Stiamo parlando della penultima sequenza del film (dieci minuti circa di durata) dove vediamo David seduto sul letto guardare fuori dalla finestra: la telecamera si avvicina all’inferriata, la oltrepassa e viene agganciata ad una gru che la fa ruotare lentamente di 360 gradi riprendendo la stessa finestra da fuori e mostrandoci David morto.

Al di là della maestria tecnica dimostrata da Antonioni con l’ausilio del direttore della fotografia Luciano Tovoli (che in “Tenebre” di Dario Argento si divertirà a giocare in modo simile con la telecamera) questa tecnica del passaggio dalla visione soggettiva a quella oggettiva denota una finezza registica difficile da eguagliare.  

Il valore del film, accompagnato anche dal successo di pubblico e di critica, non si è tradotto in quei riconoscimenti o premi che hanno quasi sempre ricevuto le opere di Antonioni. Ma forse questo non ha costituito motivo di rammarico per il grande regista.

 

Identificazione di una donna (1982):

 

soggetto:M. Antonioni  


sceneggiatura: M. Antonioni, Gerard Brach, Tonino Guerra

 

fotografia: Carlo Di Palma

 

musica: John Fox

 

interpreti: Tomas Milian, Daniela Silverio, Christine Boisson, Marcel Bozzufi, Veronica Lazar

 

 



“Identificazione di una donna” costituisce un caso singolare nella filmografia di Antonioni. La critica si è spaccata in due dividendosi tra coloro che l’hanno giudicato un capolavoro e coloro che lo annoverano tra i (pochissimi) errori del regista. Diciamo subito che sotto il profilo artistico il film è notevole, mentre i dubbi si hanno sul contenuto del film che riassumiamo in poche righe.

 

Niccolò (un Tomas Milian che abbandona provvisoriamente i panni del poliziotto borgataro) è un regista affermato che casualmente incontra una donna misteriosa, Mavi, con la quale inizia una relazione. Qualcuno (e non sapremo mai chi) non gradirà e informerà Niccolò sui pericoli cui può incorrere. Dopo poco Mavi sparisce. Sempre casualmente (la trama potrebbe assomigliare a un film di Lelouch) Niccolò incontra un’altra donna, Ida. Anche con lei la relazione avrà breve vita: la lascerà una volta venuto a conoscenza che il figlio che aspetta lo ha avuto con un altro uomo. Nell’ultima sequenza Niccolò illustra il soggetto del suo prossimo film: un film di fantascienza. 

 

Il fatto che il protagonista impersoni un regista avrebbe potuto far pensare ad un completamento del discorso sull’essere – apparire affrontato con “Blow up” e “Professione: reporter”, ma non è così: infatti non vediamo quasi mai il regista all’opera. Siamo di fronte a una nuova analisi di un ennesimo fallimento. Niccolò sembrerebbe essere un uomo riuscito dal punto di vista professionale (anche se sappiamo poco o nulla delle sue opere) ma disordinato nella vita sentimentale. È divorziato e non riesce a creare un rapporto stabile con le due donne che incontra. La prima lo accusa di non sapere amare ed è consapevole che la loro è una relazione provvisoria. Lui addirittura le risponde con un “come sei lucida!”. Ida, a differenza di Mavi, è una donna più sicura e stabile. Anche con lei ne uscirà sconfitto. 

 

“Identificazione di una donna” è, assieme a “La notte”, il film più dialogato di Antonioni. Quei dialoghi praticamente assenti sia in “Blow up “ che (soprattutto) in “Professione: reporter” tornano dominanti in questo film ma, a differenza de “La notte” (in cui costituivano uno dei maggiori punti di forza), qui risultano essere l’elemento più zoppicante se non fastidioso del film (il culmine tuttavia lo raggiungerà con “Al di là delle nuvole”). Che Antonioni volutamente abbia scritto dei dialoghi di tal genere per esaltare l’aspetto assurdo se non addirittura surreale del film è possibile (complici di questa operazione sono Tonino Guerra e Gerard Brach, sceneggiatore abituale di Polanski e di Annaud) ma non si può restare indifferenti a dialoghi del tipo: 

“Sai cosa faceva Dio prima della creazione del mondo?”

oppure:

“Tu sei la mia festa, la mia cocaina, sei tutto, ma non sei il mio ordine” 

A peggiorare il tutto poi il fatto che tali dialoghi vengono pronunciati da attori non a proprio agio. Tomas Milian (che resta comunque un attore di serie A) è fuori parte. Di Daniela Silverio (Mavi) possiamo apprezzarne (solo) il fascino. Una piccola parte al francese Marcel Bozzuffi (una delle sue ultime interpretazioni) che abbiamo apprezzato in ruoli di poliziotto o delinquente e che qui impersona (sembra) uno sceneggiatore. Forse il personaggio meglio riuscito è quello di Ida, affidato alla convincente interpretazione di Christine Boisson.

Ma i dialoghi sconcertanti e l’interpretazione al di sotto della media non riescono tuttavia a non farci apprezzare anche questo film che, ancora una volta, possiede una forza visiva straordinaria. Pensiamo alle prime sequenze: Niccolò è appena rientrato a casa (Antonioni lo riprende con un’inquadratura dall’alto) dove il vento smuove le tende delle finestre aperte. Oppure al viaggio di notte su una strada isolata dove la nebbia non fa vedere quasi nulla. Infine le ultime scene ambientate sulla laguna di Venezia in inverno (la maestria del direttore della fotografia Carlo Di Palma è innegabile).

“Identificazione di una donna” si distingue, inoltre, per l’aspetto tecnico. Se con “Professione: reporter” Antonioni aveva mandato in estasi i critici per la penultima sequenza (passaggio dalla visione soggettiva a quella oggettiva) qui assistiamo aduna “falsa soggettiva”: è la scena in cui il protagonista dalla finestra sembra osservare qualcosa che, dalla sequenza successiva, si direbbe essere la sua auto. L’avvicinarsi del protagonista stesso all’auto ci rivela, però, che non era questo l’oggetto che osservava e che quella che lo spettatore riteneva essere una visione soggettiva era in realtà una visione oggettiva.Da ricordare anche un’altra sequenza: l’auto di Niccolò parte ed esce fuori dall’inquadratura (la macchina da presa è immobile); nel frattempo cala il buio e rivediamo l’auto ricomparire dalla parte opposta.

Particolarmente riuscita, inoltre, la scelta delle musiche. 

Il talento del grande regista resta confermato anche con “Identificazione di una donna”.   


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