ATTENZIONE! la recensione contiene elementi o indicazioni che anticipano il
finale del film
Arriva per ogni regista di rispetto il momento in cui si può dire raggiunta la piena maturità artistica. Nel caso di Paolo Virzì questo obiettivo è stato già raggiunto dai tempi di “Caterina va in città” (2003) e soprattutto di “Tutta la vita davanti” (2008) ma è con “La prima cosa bella” che il regista livornese realizza la sua opera più convincente che conferma ancora una volta il suo talento annoverandolo tra i migliori autori italiani contemporanei.
Il film è straordinario per l’abilità con cui si è riusciti a fondere il dramma con la commedia, per la maestria nell’alternare presente e passato e nella conseguente bravura nella ricostruzione storica anche se di un periodo non troppo lontano.
Ed è proprio nel passato, precisamente nel 1971, che il film si apre con l’elezione di Anna (Micaela Ramazzotti, moglie del regista e tra le interpreti di “Tutta la vita davanti”) a “Miss Pancaldi”, sorta di evento pseudo – mondano che la introdurrà, senza successo, nel mondo delle comparse. Si passa poi al presente, a Milano, dove Bruno (Valerio Mastandrea), figlio di Anna e professore di lettere malato di depressione, riceve l’improvvisa visita della sorella Valeria (Claudia Pandolfi) che lo spinge a seguirla a Livorno dalla madre ormai in fin di vita. Ad interpretare il ruolo di Anna nel presente è Stefania Sandrelli che con il suo personaggio non può non far ritornare in mente quello dell’Adriana del bellissimo “Io la conoscevo bene” (1965) di Antonio Pietrangeli. Sia l’una che l’altra cercano di raggiungere un obiettivo sia a livello professionale che della vita privata, ma li falliscono entrambi e se Adriana pagherà lo scotto decidendo di porre fine a una vita senza speranze, Anna verrà colpita da una malattia che però affronterà con grande coraggio. Deciderà addirittura di sposarsi con un uomo che conosceva da giovane e di celebrare il matrimonio sul letto di morte assieme a tutta la famiglia compreso il figlio illegittimo avuto dalla relazione con un avvocato e di cui sia Bruno che Valeria ignoravano l’esistenza.
Il film, il cui titolo è tratto dall’omonima canzone di Nicola Di Bari, rivela anche una passione per il cinema che si riscontra sia nel già citato legame con il personaggio femminile di “Io la conoscevo bene” sia nella descrizione (anche se breve) del mondo dello spettacolo in cui risulta difficile riuscire a inserirsi. Addirittura assistiamo alle riprese di una scena de “La moglie del prete” dove Dino Risi (interpretato dal figlio Marco) dirige una scena in cui prende parte (in maniera maldestra) Anna.
Un grande film in cui risulta veramente difficile riscontrare difetti. Ma molto probabilmente non ve ne sono.
Altamente consigliato.