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Ultimi Film visti al Cinema - Consigli e opinioni
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pag. 1  2  3  4 ELENCO COMPLETO
 
Hereafter
(di Technino)
 
Nel film  di Clint Eastwood si intrecciano le vite di tre persone che hanno avuto un “contatto” con la morte: quella “verificata” di Marie Lelay, una giornalista francese travolta da uno Tsunami, morta e riportata in vita in extremis con la respirazione artificiale, quella “subita” di Marcus, che perde il suo amato fratellino, e quella “condivisa” di George, un sensitivo in grado di vedere al di la’ della vita delle persone con il solo tocco delle loro mani.  

Marie Lelay, dopo l’esperienza di pre-morte vissuta, non e’ piu’ in grado di tornare alla sua carriera di giornalista rampante televisiva: quello che ha visto non lo sa spiegare ma cambia profondamente il suo modo di vivere, togliendo importanza a quello che per lei prima rappresentava il successo (un argomento che era stato ripreso anche nel film “A proposito di Henry” di Mike Nicholson); Marcus, distrutto dalla perdita del fratello, continua ossessivamente a cercare chi lo possa mettere in contatto con lui, isolandosi dalla vita e cadendo preda dei tanti ciarlatani che si approfittano della debolezza causata dal dolore; George ossessionato dal suo “dono” (che per lui e’ una condanna..) cerca di rifarsi una vita smettendo di fare il sensitivo per diventare un operaio qualunque.

Le storie dei tre protagonisti vengono raccontate dal regista in maniera mirabile, riuscendo a tenere sempre desta l’attenzione dello spettatore: Clint riesce, come al solito, a farci entrare nel racconto come se fossimo accanto ai protagonisti e cosi il film procede spedito lasciandoci incatenati agli eventi e suscitando in noi un’emozione che difficilmente dimenticheremo. 

Ottimi tutti i protagonisti, da Matt Demon, che da’ a George un’interpretazione misurata ed intensa, a Cecile de France, fantastica interprete di una Marie tormentata dai dubbi e dalle domande che la sua esperienza le ha lasciato, per finire al piccolo George Mc Laren, che interpreta la parte di Marcus con una maturita’ che lascia sbalorditi (anche in questo si vede la mano del grande regista..). 

Una menzione a parte la merita la scena iniziale dello Tsunami, tutta realizzata al computer, che e’ un vero capolavoro: per l’emozione profonda che suscita e’ paragonabile alla straordinaria sequenza iniziale di “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg, un paragone che non pensavamo potesse mai essere fatto. Vedere per credere.  

Geniale, nella sua semplicita’, il finale del film: tre vite che prendono vigore perche’ unite dalla morte. Film straordinario.

 
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Hereafter
(di Penelope Pit-Stop)
 
Nella vita di ciascuno c'è un "d'ora in poi". Forse più di uno.
Questa storia racconta di quando una vita prende una piega inaspettata. C'è un prima. E c'è un dopo. 
E tu sei diverso, ti scopri diverso. E forse alla fine scopri che tutto ha un senso.
Che la vita non è assurda e insensata, ma tutto concorre a portarti ad un certo punto.
Immagini forti, storia intensa, seria, intessuta negli eventi contemporanei. Per riflettere.
 
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Rapunzel - L’intreccio della torre ("Tangled")
(di Penelope Pit-Stop)
 
Rapunzel. Una favola? Per niente. Ma al tempo stesso lo è, una delle più belle raccontate dalla Disney.
Una bimba rapita, una figlia perduta.
I rapporti familiari, i ricatti affettivi, la crescita, la ribellione.
Una storia che parla ai più piccoli, ma dice molto ai più grandi.
Tutti seguiamo una luce nella vita, tutti abbiamo un sogno, una meta in fondo al cuore.
A volte smarriamo la via, ma sappiamo che quella luce nella vita non è casuale, è lì proprio per noi, è una luce che ci conduce alla Verità.
Film bellissimo, denso di significati, divertente, incalzante, bei personaggi, bellissimi disegni. Non perdetelo!
 
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Che bella giornata
(di Technino)
 
Chi vi scrive non si aspettava molto dal nuovo film di Checco Zalone, anche se c’era da restare allibiti di fronte agli incassi al botteghino dei primi due giorni di programmazione: in questo periodo ha battuto l’incasso di Avatar e di Harry Potter! 

Invece “Che bella giornata” e’ un film divertentissimo, senza mai essere volgare (un’altra dimostrazione che l’era delle parolacce e’ finita…). La sceneggiatura e’ semplice, ma efficace, costruita tutta sulla figura di Checco, un uomo con il sogno di diventare Carabiniere, che viene pero’ bocciato al terzo esame di ammissione all’Arma per aver dato prova di una sincerita’…esilarante!

Con l’aiuto di un cardinale (un simpatico intrallazzatore a fin di bene interpretato da Tullio Solenghi) riesce ad entrare nelle guardie del Vaticano, con vari incarichi, fino a che non finisce a controllare gli ingressi alla guglia della Madonnina del Duomo di Milano.

E’ per questo suo incarico che una bella magrebina, Farah (Nahiha Akkari), in Italia per compiere un atto di terrorismo, cerca di farselo amico. Farah lo circuisce con facilità e Checco si lascia corteggiare, certo di aver trovato la donna della sua vita, e non si accorge che nell'ombra, come gli angeli e i demoni del celebre "Don Brown" (la versione zaloniana), i cattivi continuano a tramare.

Ma Checco, con la sua faccia tosta, la sua grande famiglia (ha un parente per ogni evenienza) e, soprattutto, con il suo animo candido riesce a mettere a posto le cose….

Il soggetto ci propone una serie di situazioni comiche a cui Zalone presta la sua faccia buffa e stralunata, condite da una serie di battute semplici ma efficacissime, che riescono sempre a far ridere lo spettatore. La regia e’ di Gennaro Nunziante, ma e’ lo scatenato Checco che detta i ritmi del film, ed e’ meglio cosi’ perche’ il comico e’ in stato di grazia e si muove con disinvoltura nella sceneggiatura. 

Detto che nel film compare anche un simpaticissimo Rocco Papaleo nella parte del padre di Checco, militare in Iraq (cuoco..) per raggranellare i soldi per pagare il mutuo di casa, si puo’ solo consigliarne la visione a tutti quelli che hanno voglia di provare la terapia della risata per evadere un po’ dai  pensieri quotidiani.

 
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Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni
(di Foster Kane)
 

Diciamolo subito: Woody Allen non è più quello di una volta… sono ben lontani i tempi di “Manhattan”, “Crimini e misfatti” e “Mariti e mogli” ed anche la sua assenza come attore si fa sentire. Tuttavia “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”, il suo ultimo film girato in Gran Bretagna, merita di essere visionato seppure con la consapevolezza che si tratta di un’opera minore.

Come in altri film del regista la trama ruota attorno alle vicende di più personaggi i cui destini sono in qualche modo collegati tra di loro: Alfie (Antony Hopkins) che lascia la moglie e si sposa con una donna molto più giovane di lui che lo dissangua economicamente; la moglie, Helena, che si lascia condizionare in tutto e per tutto da una sorta di maga; la loro figlia, Sally, in crisi con il marito scrittore che a sua volta è in crisi lavorativa: dopo un primo romanzo di successo ha collezionato solo fallimenti.

Nel complesso la confezione è buona e gli attori se la cavano egregiamente: oltre ad Hopkins vi recitano anche Naomi Watts ed Antonio Banderas. Il risultato però è ai limiti della sufficienza e seppure il film regala qualche momento divertente si ha spesso l’impressione che dietro la macchina da presa non vi sia il maestro newyorkese ma un illustre sconosciuto con un discreto mestiere in mano.

 
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Megamind
(di Technino)
 

In una stagione che ha visto uscire nelle sale film d’animazione di straordinaria qualita’ come Toy Story 3, Cattivissimo me e Rapunzel, la Dreamworks ha lanciato il suo prodotto, valendosi della regia di Tom McGrath, che aveva diretto gli episodi di “Madagascar”. Qui l’”eroe” e’ un piccolo alieno blu, con un gran testone e due occhi molto espressivi, a cui e’ toccato in sorte il ruolo del cattivo.

Rapidamente l’incipit del film: due neonati vengono sparati via su due piccole astronavi da un pianeta in via di estinzione (chiaro il riferimento a Superman), atterrando sulla Terra in ambienti diversi: uno, Metro Man, bello, atletico e pieno di ogni virtu’, in una famiglia benestante; l’altro, Megamind, magrolino, bruttino e…BLU, va a finire in un penitenziario dove viene “educato” dai fuorilegge li’ rinchiusi. Il loro destino e’ segnato: Metro Man sara’ l’eroe della citta’, Megamind sara’ il “cattivo” in perenne lotta con Metro Man, uno mette in pericolo la città, l'altro salva le persone. Almeno fino a che, inaspettatamente, Megamind non riesce nell'impresa che per antonomasia è negata ai cattivi da fumetto….

La Dreamworks ha sempre cercato, sin da Shrek, di produrre film che giocassero sulla parodia di personaggi delle favole o del cinema, non sempre riuscendo ad ottenere risultati degni di memoria.

Questo film fa eccezione perche’ la sceneggiatura ed il dialogo sono originali e molto divertenti: Megamind mostra spesso il vero lato del suo carattere, un buono “costretto” dagli eventi della vita a fare il cattivo, pieno di umanita' e di simpatia (la scenette con il suo aiutante Minion, un pesce ovviamente bruttissimo racchiuso in una bolla d’acqua che fa da testa ad un robot, sono tra le piu’ divertenti del film), capace di innamorarsi anche quando l’amore e’ impossibile (piu’ umano di cosi’..).

Molto divertente la parte del film in cui si dedica all’addestramento di un altro super-eroe “buono” per poterlo sfidare, che fa il verso alle analoghe le scene di Karate’ Kid. Geniale la citazione di Marlon Brando nella parte del  padre di Superman, che Megamind, con la sua straordinaria capacita’ di metamorfosi, impersona con tanto di capelli bianchi con il ciuffo! 

Tecnicamente apprezzabile e’ il tentativo, in buona parte riuscito, di imitare la Pixar nella capacita’ di infondere ai personaggi una serie di espressioni che li fanno “recitare” anche nei momenti di solo dialogo, in cui riescono ad esprimere i propri sentimenti e quindi a coinvolgere lo spettatore. Siamo quindi di fronte ad un capolavoro come i tre film citati all’inizio della recensione? Onestamente no, non siamo a quei livelli, ma il film e’  divertente e godibile, anche grazie alla sceneggiatura ed ai dialoghi mai banali a cui hanno partecipato consulenti del calibro di Ben Stiller, Guillermo del Toro e Justin Theoux.

Una citazione merita l’ottimo doppiaggio in italiano, che aveva il difficile compito, riuscito, di eguagliare i dialoghi originali di Will Ferrel (Megamind), Brad Pitt (Metro Man) e Tina Fey (Roxanne). In definitiva un buon film che fara’ divertire gli amanti del genere, sia grandi che piccoli…

 
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La bellezza del somaro
(di Penelope Pit-Stop)
 
Benissimo recitato.  Ma il film si regge solo sulla bravura degli attori, principali e coprimari.
Solito soggetto oramai ipersfruttato ed esasperato, sui conflitti generazionali, l'insufficienza delle famiglie, l'ipocrisia.
Possibile che non si possa più fare un film in cui non ci siano un gruppo familiare o parafamiliare che si ritrova in un fantastico casale in campagna e tiri fuori il peggio di se'?!!
Non è vero che basta tirare fuori le verità. Le parole feriscono, e non si può più tirarle indietro.
E la bellezza del somaro, qual è? Quella di essere l'unico personaggio muto?
O in pace con se stesso e gli altri?
Si può fare assolutamente a meno di vedere questo film, di interrogarsi sulla bellezza del somaro o dei somari che si aggirano in questa storia, meglio usare il tempo che avreste dedicato al film per guardare invece alla tanta bellezza che c'è in noi e negli altri, e nelle nostre famiglie. Sicuramente non perfette, ma nemmeno così isteriche!
Ribelliamoci!
 
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The Tourist
(di Technino)
 
Frank Tupelo è un professore di matematica, diretto in Italia per dimenticare una delusione d’amore. Elise è una donna misteriosa, bellissima e controllata dalla polizia internazionale. Per depistare i suoi inseguitori, Elise “aggancia” Frank in treno per farlo passare come il suo fidanzato, un finanziere d’assalto ricercato dalla polizia per una grossa evasione fiscale e dal gangster a cui ha rubato una montagna di soldi.  

Questo l’incipit del film che, affidato alla coppia Angelina Jolie-Johnny Deep e diretto da Florian Henckel von Donnersmarck (il regista del bellissimo film Oscar "Le vite degli altri"), faceva presagire uno svolgimento al fulmicotone. Niente di piu’ sbagliato….

Il soggetto del film e’ povero di trovate, con frequenti momenti di grande lentezza ed assenza di emozione e, specialmente alla fine, e’ costruito in maniera troppo artificiosa.  

Oltretutto la storia sentimentale fra i due protagonisti non funziona assolutamente, non emoziona lo spettatore, che rimane distante e distratto. Si sente che i due attori non hanno alcun coinvolgimento emotivo per la parte che interpretano e quindi, anche nelle scene in cui si dovrebbero percepire l’amore e la passione, di fatto si sente solo una gran freddezza ed una recitazione distaccata, che potrebbe essere dovuta alla mancanza di simpatia reciproca nella vita reale.

Tra l’altro Angelina e’ visibilmente deperita, al limite dell’anoressia (sappiamo che ha avuto problemi di salute durante la lavorazione del film), per cui il regista e’ costretto a ricorrere anche troppo spesso ai primi piani dei suoi splendidi occhi, mentre Johnny ha una recitazione di maniera che puo’ essergli perdonata solo per la sua grande simpatia. 

In conclusione, un film che si puo’ benissimo perdere e che ha il solo merito di farci vedere delle suggestive riprese di Venezia, la citta’ in cui e’ ambientato. Incredibile che sia stato candidato al Golden Globe…..

 
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Benvenuti al sud
(di Antonegò)
 

Copia oleografica del francese “Giù al nord”, “Benvenuti al sud” ha il pregio di trasporre fedelmente una storia già scritta, ambientandola in un paese diverso, riuscendo a rendere, ad un tempo, le diversità culturali e le similitudini antropologiche. Ma al di là di ogni volo pindarico, ciò che più piace di questo film è la capacità di divertire, senza troppi pensieri, basandosi sulle capacità comiche di Bisio, uno dei pochi comici televisivi italiani che non accusa il passaggio dal piccolo al grande schermo.

Una nota di elogio spetta anche alla splendida Valentina Lodovini, perfetta nel suo ruolo di femmina vera e bella come il sole che ci si aspetta a Napoli (consci che ogni tanto piove anche lì).

Il regista Luca Miniero ha lavorato molto in tv e si mantiene umile e dosato in questo film senza pretese che si discosta, per fortuna, dalla cialtroneria sguaiata della commediaccia all’italiana che ci invaderà nel periodo natalizio, come un virus invernale o il maltempo di stagione.

Simpatico il brevissimo cammeo di Dany Boon, regista e attore dell’originale “Giù al nord”, mentre l’attore italiano che è chiamato a sostituirlo cerca un po’ troppo di fare il Troisi, per convincere a pieno.

Insomma, commediola gradevole, per passare una serata rilassata. E, di questi tempi, non è da buttare via.

 
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Porco rosso
(di Antonegò)
 

Ancora una volta la miopia della distribuzione italiana si appalesa in tutta la sua sontuosa idiozia e così accade che un’opera del Maestro Miyazaki del 1992 arrivi in Italia solo nel 2010 (meglio tardi che mai!).

Tra l’altro un film che è un inno d’amore all’Italia, un canto poetico che narra le gesta eroiche di un maiale aviatore, a cavallo tra la fine della prima guerra mondiale e gli inizi della seconda. E, poiché “un maiale che non vola resta solo un maiale” Marco Pagot, questo il nome del protagonista (in onore dei fratelli Pagot, creatori di Calimero), non smette di volare, neanche quando sembra che volare non abbia più senso.

Il film era nato come cortometraggio per una compagnia aerea giapponese, ma poi, Miyazaki non riuscì a contenere la sua prolifica fantasia nei limiti angusti di un corto e così prese vita questo lungometraggio che racchiude molte delle passioni dell’autore stesso. Non solo l’Italia, raffigurata in fascinosi e sognanti paesaggi d’epoca (tra l’Istria e Milano), ma anche l’aviazione (suo padre possedeva una fabbrica di componenti per aerei e lo stesso nome della sua casa di produzione, lo Studio Ghibli, si riferisce al bimotore Caproni Ca. 309 prodotto negli anni trenta dalla Caproni Aeronautica Bergamasca), con evoluzioni e battaglie aeree degne dei film di Howard Huges.

Hayao Miyazaki, ancora una volta, ci stupisce e ci ammalia col suo disegno a mani che nulla ha da invidiare alla moderna animazione computerizzata e non accusa minimamente il trascorrere del tempo e ci porta per mano in un’avventura in cui, tra pirati dell’aria, gare epocali e storie d’amore, prevalgono sempre i migliori sentimenti e i valori che rendono l’uomo grande e la vita degna di essere vissuta.

“I maiali sono creature che possono anche essere amate, ma mai rispettate. Sono sinonimo di cupidigia, obesità, depravazione. La parola stessa 'maiale' è usata come insulto. Non sono agnostico o roba del genere, ma non mi piacciono le società che ostentano la loro rettitudine morale. La rettitudine degli Stati Uniti, la rettitudine dell'Islam, la rettitudine della Cina, di questo o quel grup­po etnico, la rettitudine di Greenpeace, quella degli imprenditori... Tutti sostengono di essere nel loro pieno diritto, ma tutti cercano di costringere gli altri ad accondiscendere ai loro standard. Dominano gli altri attraverso un enorme potere militare, economico, politico o esercitando pressione sull'opi­nione pubblica. Anch'io ho alcune cose di cui sono sicuro e che credo siano giuste. E alcu­ne altre mi fanno arrabbiare. In realtà, sono una persona che si arrabbia molto più facilmente della maggior parte della gente, ma cerco sempre di partire dalla considerazione che gli esseri umani sono degli stupidi. Sono disgustato dalla nozione secondo cui l'uomo è l'ultimo essere, scelto da Dio. Ma credo che in questo mondo ci siano cose bellissime, che sono importanti e per cui vale la pena battersi. Ho fatto del mio eroe un maiale, perché era ciò che rispondeva al meglio a questi miei personali sentimenti”. Queste le parole di Miyazaki in un’intervista rilasciata a Takashi Oshiguchi. Ma è con le parole di Marco Pagot che concluderò la mia umile recensione, quando all’interno del cinema in cui viene proiettato un cartone animato dalle fattezze disneyane dice: “Meglio porco che fascista”!

 
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La città incantata
(di L’Irriverente)
 
Chihiro, una bambina di dieci anni, si trasferisce con i suoi genitori. Un giorno, esplorando il luogo intorno alla sua nuova casa, si intrufola in un tunnel al di là del quale si trova un mondo fantastico dove, però, possono accedere solamente i bambini; i suoi genitori, infatti, non potendo abitare quel luogo incantato, vengono tramutati in maialini dediti solo a mangiare…
Ma la città non è così incantata come sembra. Oltre a strane creature, quel luogo è abitato dalla malvagia strega Yubaba che vuole far perdere l’identità ai bambini per tenerli sempre rinchiusi in quel mondo.
La piccola Chihiro dovrà combattere per sconfiggere la strega e riportare i suoi genitori allo stato “umano”.

“La Città Incantata” è un capolavoro di animazione per bambini e adulti, sia dal punto di vista tecnico che narrativo. Una favola fantastica nella sua semplicità, pregna di quei valori che spesso contraddistinguono le opere orientali come “l’amicizia”, “il coraggio”, “l’altruismo”.
Uno dei migliori mai realizzati dal Maestro giapponese Hayao Miyazaki. Il film ha inizialmente vinto l 'Orso d'oro a Berlino nel 2002 per poi conquistare, l’anno seguente, l'Oscar per il miglior film d'animazione.
 
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Rapunzel - L’intreccio della torre ("Tangled")
(di Technino)
 

“Rapunzel – L’intreccio della torre”, titolo ridondante che sostituisce l’originale “Tangled” (intrecciata), e’ un bellissimo film di animazione, in cui si vede nettamente l’influenza di John Lasseter, il genio che ha realizzato i migliori film della Pixar.

La principessa Rapunzel vive perennemente rinchiusa in una torre, tenuta segregata da un perfida vecchia che, rapitala dalla culla quando era ancora in fasce, sfrutta il potere dei suoi capelli d’oro per mantenersi eternamente giovane. Rapunzel si rassegna a vivere nell’angusta stanza della torre perche’ spaventata dalla “matrigna”, che le fa credere che il mondo esterno sia pieno di pericoli da cui il suo “amore di madre” vuole proteggerla. Cresce fino ai suoi 18 anni guardando ogni anno il volo delle lanterne luminose che vengono lasciate salire in cielo a migliaia dai suoi genitori, il giorno del suo compleanno, nella speranza che la figlia perduta possa vederle e seguire la strada che la riporti a casa.

Ma i 18 anni sono speciali e Rapunzel trovera’ un inaspettato aiuto da un cavaliere “con macchia” ma senza paura che casualmente, nel tentativo di nascondersi dai soldati del Re, scala la torre in cui viveva segregata. Questo l’inizio del film, lasciamo il resto alla visione dello spettatore.  

Il film e’ senz’altro il migliore di quelli prodotti recentemente dalla Disney e, grazie a Lasseter, si avvicina a quelli inimitabili della Pixar: la figura della principessa e’ assolutamente moderna, simpatica, piena di dubbi ma anche di entusiasmo e di energia (non lasciatele in mano una padella…). Le espressioni che riescono a darle gli animatori sono spiritose e piene di umanita’, e quindi ci si affeziona subito al personaggio (la prima regola per la riuscita di un film d’animazione…). Intorno a Rapunzel gravitano una serie di “animali” divertentissimi, dal piccolo Camaleonte Pascal, suo protettore, al Cavallo Maximus, che e’ protagonista di alcune delle scene piu’ divertenti del film.

Originale l’idea della prigione “sentimentale” in cui e’ rinchiusa Rapunzel: a tenerla intrappolata nella torre, infatti, non è un vincolo fisico, potrebbe uscire quando vuole se non fosse tenuta in scacco dalla paura instillatale fin dalla più tenera età dalla matrigna e dal ricatto sentimentale di quella che, fingendosi sua madre, professa un amore sconfinato nei suoi confronti.

Le scene in cui la matrigna, con le sue false dimostrazioni d'amore, riesce a tenerla legata a se’ sono un misto di comicita’ e dramma, argomenti seri raccontati con grande leggerezza per adattarli all’infanzia, senza perdere pero’ la forza del linguaggio.

 

Passando al lato tecnico, le animazioni, come detto, hanno un disegno ed una capacita’ di mostrare i sentimenti dei personaggi che Lasseter, dal 2006 capo del reparto animazione sia della Pixar che della Disney, ha trasmesso a quest’ultima.

Il 3D con lo standard “RealD” (quello con gli occhiali polarizzati “a perdere” e lo schermo argentato) e’ perfetto: nitido, non stanca la vista, molto contrastato e pieno di colore. 

In conclusione un film di animazione di grande livello, che non manchera’ di affascinare sia i bambini che gli adulti che amino lasciarsi trascinare dalla fantasia ed abbiano conservato dentro di se’ l’entusiasmo della gioventu’.

 
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Harry Potter ed i Doni della Morte (Parte 1)
(di Technino)
 

Chi vi scrive e’ un appassionato di Harry Potter: ha letto tutti i libri e visto tutti gli episodi precedenti con emozione. Questo, purtroppo, no.

La scelta della Warner, per pura speculazione “di cassetta”, di spezzare in due l’ultimo libro della Rawlings (il piu' bello della serie!) e’ stata assolutamente sbagliata da un punto di vista cinematografico perche’ ha generato una prima parte lentissima e con poche situazioni veramente emozionanti (tra cui ricordiamo la sequenza del recupero dell’Horcrux nel Ministero della Magia e quella della fuga dalle grinfie di Bellatrix grazie all’aiuto di Dobby, l’Elfo domestico).

Per il resto la pellicola scorre raccontando visivamente il libro, dimenticando che il ritmo di un film DEVE essere superiore a quello del libro da cui e’ tratto. 

Purtroppo il regista David Yates non riesce a rendere emozionante la prima parte dei “Doni della Morte” che, per sua natura, avrebbe dovuto essere impostata molto sulla recitazione “drammatica” dei personaggi, purtroppo inesistente: ormai i tre attori che li interpretano sono cresciuti ed hanno perso la “magia” e la freschezza che avevano da bambini: il film scorre quindi noioso nei molti punti in cui i personaggi debbono tenere la scena senza l’ausilio dell’azione.  

In conclusione, il film e’ deludente ma e’ comunque un “must see” per tutti quelli che hanno visto gli altri ed hanno, magari, letto i libri del maghetto. Pero’, avendolo visto ed essendo convinto che eventuali sequel della saga avrebbero gli stessi “attori” come interpreti, c’e’ da augurarsi che la serie finisca con il prossimo episodio e che la Rawlings si contenti del patrimonio che ha guadagnato…

 
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Unstoppable
(di Technino)
 
Il nuovo film di Tony Scott “Unstoppable – Fuori controllo” si inspira ad un fatto veramente accaduto in Ohio nel 2001, quando un ingegnere riuscì a bloccare un treno senza passeggeri che non rispondeva più ai comandi; nell’ambientazione del film l’evento si svolge invece in Pennsylvania e culmina nella citta’ di Stanton. 

Il treno trasporta un carico estremamente pericoloso di fenolo liquido, tossico ed infiammabile e, per una serie di incredibili leggerezze compiute in fase di spostamento del convoglio in stazione da un manovratore irresponsabile, finisce per partire senza macchinista, con la trazione che si sposta automaticamente al massimo: un “mostro” del peso di 4.500 tonnellate, lanciato a 100 Km/h su un tracciato che lo fa passare attraverso piccole stazioni locali e centri abitati, destinato a finire con il deragliamento quando arrivera’ alla famosa curva sopraelevata all’ingresso della citta’ di Stanton, che deve essere affrontata a non piu’ di 22 Km/h.

Per cercare di frenarlo, un macchinista gia’ licenziato per problemi di esubero (un sempre bravo Denzel Washington) ed un giovane capotreno (il simpatico Chris Pine) si lanciano all’inseguimento con una motrice, che dovrebbe agganciare il vagone di coda e tirarlo in senso opposto alla marcia. 

Il regista Tony Scott, fratello del grande Ridley, e’ un maestro nel creare film ricchi di azione e tensione (ricordiamo, tra gli altri, Allarme rosso, Man on Fire e Top Gun), ed e’ riuscito a proporci un film altamente coinvolgente. Un elemento interessante è l'inserimento nella struttura narrativa della diretta televisiva: i due protagonisti sono circondati in continuazione dagli elicotteri delle televisioni mentre rischiano la vita. Il “mostro” televisivo da sempre si alimenta con il dramma, trasformando la sfida in spettacolo, cosi l'impresa dei due protagonisti diventa una sorta di film nel film  in diretta nazionale.  

Come ormai e’ d’obbligo nel film del genere, gli effetti speciali sono assolutamente verosimili e molto emozionanti, il ritmo dell’azione e’ sempre tenuto altissimo con un montaggio perfetto: le immagini del treno senza controllo, che spesso il regista riprende al rallentatore con il teleobbiettivo dalla parte della motrice per esaltarne le vibrazioni ed il movimento inarrestabile, sono fra quelle che non si dimenticano facilmente…

Un film tra i migliori del genere visti quest’anno.

    
 
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The Social Network
(di Antonegò)
 

David Fincher ci aveva abituato ad affrontare temi forti, sin da Seven e poi Fight club. Un regista notevole. Quando si è saputo che girava un film su Facebook, lo stupore è stato tanto.

Che c’azzecca Fincher con Facebook, avrebbe detto un certo PM all’epoca d’oro? Ebbene, invece, la storia del creatore di Facebook è avvincente, ben girata e ben interpretata e può essere letta da vari punti di vista: il film di impianto giuridico, la storia del sogno americano, la vita di un genio o di un approfittatore? E ancora, valori come amicizia, amore, lealtà, possono andare a braccetto con soldi, potere e fama? E se i dubbi possono riguardare un uomo qualunque, quanto riguardano un universitario arrogante e geniale, ambizioso e pieno di sé?

Il film (vincitore di 4 Golden Globes e tre Oscar) si beve tutto d’un fiato e tanto più se ne ha sete, quanto più si sa che le vicende narrate sono vere o romanzescamente verosimili, ma, comunque, riguardano persone vere e viventi, fatti reali e accaduti, le cui conseguenze si ripercuotono nella nostra vita di tutti i giorni e sono sulla notizia. Ora.
E stupisce che il vero Zuckenberg abbia permesso che il film si facesse in questo modo… Vanagloria?

Comunque sia, sta a voi decidere se aggiungere il film tra i preferiti o se accettare il contatto. Per quanto mi concerne, il ditino in su del “mi piace”, The Social Network se lo merita.
 
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