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pag. 1  2  3  4 ELENCO COMPLETO
 
Habemus Papam
(di Antonegò)
 

Nuntio vobis gaudium magnum: Habemus Nanni!! Questo, grosso modo, il mio stato d’animo nell’apprestarmi a vedere un film di Nanni Moretti, dopo che la fumata grigia della sua attesa sbianca per annunziarne la prossima proiezione.

La liturgia prevede che il film venga celebrato nel sacrarium del Nuovo Sacher ove il sacrestano Ermanno, sempre burbero e stressato, ci accoglie coi suoi modi per noi irrinunciabili.

Avrete capito che sono il meno adatto a recensire un Sacher film morettiano, ma esimermi non posso, non debbo, non voglio.

Mi dispiace iniziare con la nostalgia con cui un morettiano doc, più morettiano di Moretti, più realista del re, inizia qualunque recensione post Caro diario. Del resto, il buon Nanni doveva mutare e noi, pur nostalgici, amiamo anche il mutamento. Del resto, sprazzi di Nanni ci sono, luminosa apparizione in spirito e carne che ci folgora e ci riempie, non solo ossequiosi, ma ammirati. Il Nanni competitivo che riesce a dividere in griglie i vescovi, che gioca a carte in maniera cinica, perché l’importante non è vincere, ma stravincere, umiliando possibilmente l’avversario, il Nanni che è il migliore, il Nanni che gode nel sottolineare i luoghi comuni, con la sua voce pacata, ma ficcante, il Nanni che s’incazza, perché il torneo non va oltre le semifinali, beh, questo Nanni è l’Ecce Nanni, quello che non mi stancherò mai di amare, quello che mi farà ridere, anche solo stando zitto e puntando la macchina da presa narcisisticamente solo e sempre su di sé.

Poi c’è un Nanni che gira il suo secondo film talare. Stavolta alza il tiro, passa dal curato di campagna al papa, senza mezzi termini, ma sempre intimamente affascinato da scelte di vita radicali, curioso, come solo un ateo miscredente sa essere.

E la storia, checché ne dicano i papaboys, è assolutamente originale e densa, pur nella sua apparente semplicità farsesca. Ed io che sarò sempre un cristiano cattolico felice di esserlo e mai un tristo papaboys bigotto e ottuso, l’ho apprezzata.

Quale compito più gravoso che quello di essere la guida spirituale della cristianità intera? Se Gesù ha tribolato nel Getsemani, può un Papa tremare, dinanzi alla folla tumultuante che gli si para innanzi, abbracciata dal colonnato berniniano? Evidentemente sì. Ma al di là della verosimiglianza che si cela dietro la più veritiera maschera della farsa, ciò che conta è l’uomo. Perché il Papa è un uomo, come uomo era, senza ombra di dubbio, Gesù. Qui si ferma Nanni, perché non può e non vuole affrontare dispute millenarie sulla dicotomia tra natura umana e divina, quesito che ha generato abiure ed eresie, apostasie e massacri. No, Nanni non ha la curiosità di un fedele, ma la curiosità legittima e matura di un ateo. Non gli si può chiedere di più. Ad impossibilia nemo tenetur.

Ma il risultato è tutt’altro che scontato e banale, tutt’altro che arido e superficiale, tanto che il finale a sorpresa, come uno schiaffo marchiato a fuoco dallo splendido e apocalittico miserere di Arvo Part ci lascia basiti, angosciati e spauriti, non tanto per la sua implausibilità, quanto perché riesce a descrivere un’epoca, l’attuale, in cui l’assenza di figure forti, l’assenza di una guida, la ricerca di una libertà vacua ed effimera produce questo mostro senza testa che si dimena selvaggiamente e che altro non è che la nostra società.

Un plauso all’immenso Michel Piccoli, monumento del nostro cinema. Un plauso alle nostre maestranze, che hanno ricostruito la Cappella Sistina e la facciata di S. Pietro.

 
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Gianni e le donne
(di Penelope Pit-Stop)
 
Film agrodolce, più agro che dolce, che ci racconta storie di solitudine maschile, anche all'interno di rapporti di coppia. Ma perchè cercare altrove ciò che avevamo e dovremmo coltivare, riscoprire o almeno, non perdere?
Uomini soli, dicevamo, ma  tre solitudini, almeno, che si incontrano. Nessun happy end, film all'insegna del realismo, crudo ma veritiero. Se avete visto “Pranzo di Ferragosto” , il regista ne riconferma i due protagonisti, entrambi bravissimi. Analogo anche l'andamento del film e le sensazioni che suscita.
Se siete usciti un po' depressi dal primo non andate a vedere questo, se vi ha fatto riflettere e a volte divertire (risate amare), non perdetevelo.
 
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Habemus Papam
(di Penelope Pit-Stop)
 
Film gradevole, con spunti interessanti, ma proprio per questo spesso delude.
Delude in primis la categoria degli psicologi, perchè li ridlcolizza. Ben 2 personaggi si rivelano incapaci di entrare nel profondo di un altro essere umano, per aiutarlo, mostrandosi capaci invece solo di banalizzare il malessere con diagnosi preconfezionate o scontate.
 
Delude, perchè è riduttivo, descrive bene un uomo, ma non un credente, di fronte ad una grande responsabilità. La parte umana è la prima, giustamente, naturalmente, a venir fuori. Ma qui manca un pezzo.
Il Papa è successore di Simone, l'apostolo che tradì l'amico rinnegandolo tre volte, ma fu scelto come Pietra su cui costruire la Chiesa. Fu scelto proprio perchè, per poter essere guida, doveva riconoscersi debole, ed essere amato per primo. Per tre volte l'amico risorto gli chiederà: Pietro, mi ami tu? ed egli risponderà sì. Solo allora, dopo aver ricevuto in dono la coscienza dei propri limiti, e la consapevolezza di avere un alleato potente, sarà pronto per essere il primo Papa.
A nessun uomo è chiesto di fare cose impossibili, basandosi sulle sue povere forze umane.
Mentre nulla è impossibile a Dio, e grandi sono le Sue opere.
Singolare, infine, riflettere sul fatto che ultimamente sono passate sugli schermi due storie diversissime, ma che parlano entrambe di uomini chiamati a grandi responsabilità, con difficoltà ad affrontarle, a cui viene in soccorso un medico. Il - meraviglioso - Discorso del Re Colin Firth, però, è davvero tutta un'altra storia...
 
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Habemus Papam
(di Technino)
 

Una grossa delusione il nuovo film di Nanni Moretti. Dispiace di doverlo dire, dopo il solito coro di commenti entusiasti che ne hanno accompagnato l’uscita, ma il film e’ povero di “sentimento”, non trasmette alcuna emozione.

Brevemente la storia: viene eletto un Papa (Michel Piccoli) che non si sente all'altezza del suo compito; non si mostra alla folla dal balcone e rimane preda di una profonda depressione mista a scatti collerici. I cardinali sperano che recuperi nel giro di qualche giorno e chiamano uno psicologo (Nanni Moretti) per cercare di aiutarlo a trovare se stesso. Ma il compito e’ difficile, perche’ il nuovo Papa non vuole saperne e si ribella anche allo psicologo….

Il racconto della trama finisce qui per non togliere il piacere della visione agli appassionati di Moretti. Il film e’ una delusione perche’ il regista non cerca di entrare nella psicologia dei personaggi “veri”, costruisce invece un mondo ecclesiastico basato solo sulle sue idee (e pregiudizi..), dandone cosi' un’immagine soggettiva e superficiale.

Il Papa, preso dalla paura di non essere degno del compito affidatogli dal Conclave, non si rivolge mai a Dio in preghiera, non ne cerca il sostegno: sembra che il suo unico rammarico sia quello di non aver potuto fare l’attore di teatro da giovane, vaga per Roma senza mai trasmettere un momento di emozione per la sua pena, troppo umano ed egoista per essere un Papa “vero”. E’ cosi’ che l’ha voluto Moretti, e Michel Piccoli interpreta la parte in maniera assolutamente conforme ai desideri del regista: un personaggio cosi’ avulso dalla realta’ dei Pontefici che abbiamo conosciuto in questi anni da sembrare assolutamente artificioso e, quindi, non coinvolgente.

Non diversi sono i cardinali, tutti raffigurati come “bambinoni” senza la minima spiritualita’: ridicola la scena in cui Moretti organizza per loro un torneo di pallavolo, dividendoli per nazioni di appartenenza: chiunque abbia un minimo di conoscenza della Chiesa (anche senza essere un cattolico praticante) ha potuto constatare che, a livello cardinalizio, e’ richiesta una gran fede unita ad una cultura e controllo di se’ non indifferenti, che rendono l’idea di Moretti assolutamente ridicola…

Il regista e’ talmente preso di se’ da non utilizzare nemmeno il talento di Margherita Buy, che interpreta la ex moglie dello psicologo (psicologa anche lei), relegata ai margini del film con un personaggio a cui sono lasciate solo poche insignificanti battute.

Peccato, un’occasione persa da Moretti, che avrebbe dovuto ispirarsi, anche se ateo, alla spiritualita’ che aveva pervaso il meraviglioso film di Pasolini, “Il Vangelo secondo Matteo”.

In tutte le cose ci vuole umilta’ e sensibilita’, con l’egocentrismo non si va da nessuna parte…

 
 
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Ai raccomandati c’è chi dice NO
(di Technino)
 

Il film di Giambattista Avellino narra la storia di tre precari, che si scoprono amici in una cena di compagni di liceo: i tre, stanchi delle continue angherie dei rispettivi capi, che mandano avanti i raccomandati trascurando le loro capacita’, decidono di rendere la vita impossibile a quelli che li hanno “scavalcati” ma, per evitare di essere scoperti, si scambiano gli obbiettivi: ciascuno avra’ come obbiettivo il “nemico” dell’altro…

Il film si avvale di due volti molto noti, quelli di Luca Argentero e di Paola Cortellesi, coadiuvati da Paolo Ruffini, ma risente di una sceneggiatura e di dialoghi troppo banali, e quindi si riduce ad una serie di “scherzi” che si susseguono senza riuscire veramente a catturare l’emozione dello spettatore.

La psicologia ed il carattere dei personaggi non vengono approfonditi e quindi, alla fine, risultano piu’ “macchiette” che personaggi veri. Il finale poi e’ infelice perche’ da’ quasi l’impressione di una rassegnazione dei protagonisti all’ineluttabile, che contrasta con tutto quello che avevano fatto prima: passano dalla lotta ai raccomandati alle partite di Subbuteo!

Un film da dimenticare, se non fosse per la partecipazione straordinaria di Giorgio Albertazzi, grandissimo come sempre a caratterizzare un personaggio antipatico ma almeno consapevole di dove stia andando il nostro Paese…

 
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Amici, amanti e...
(di Technino)
 
Emma (Natalie Portman) ed Adam (Ashton Kutcher) si conoscono sin dal liceo. Si incontrano casualmente dopo qualche anno e sentono subito un’attrazione reciproca: Emma pero’, spaventata dalle sofferenze dell’amore, preferisce le relazioni di solo sesso senza impegni particolari, mentre Adam vorrebbe stabilire una relazione basata sull’amore non solo fisico…. 

Le commedie sentimentali riuscite richiedono equilibrio della regia per gestire le situazioni senza esagerare nei toni, personaggi di contorno divertenti, un bel dialogo e due protagonisti bravi: questo film, diretto dall’esperto Ivan Reitman, ha tutte queste caratteristiche. La storia si segue con piacere ed allegria, grazie soprattutto alla bravura di Natalie Portman, che da’ ad Emma una straordinaria carica di simpatia.

I due protagonisti sono molto diversi fisicamente e caratterialmente, lui altissimo e tranquillo, lei piccola e piena di energia: anche questa differenza contribuisce a creare situazioni comiche (particolarmente divertente la scena in cui Emma cerca di “aggredire” un Adam imperturbabile in mezzo ad un mare di luci).

Adam ed Emma fanno fronte comune davanti alla morte del padre di lei o al tradimento del padre di Adam, un attore vanesio e sul viale del tramonto (bentornato Kevin Kline!), sempre a caccia di giovanissime “fidanzatine”. Come in tutti i film di questo tipo il finale e’ scontato (come e’ giusto che sia), ma la bravissima Natalie, quando finalmente si costringe a vincere la sua ritrosia ed a mostrare i suoi sentimenti, riesce anche a renderlo un po’ commovente…. 

In definitiva un film che piacera’ agli appassionati delle commedie sentimentali e che vale la pena di vedere.

 
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Rango
(di Technino)
 

Chiuso in un terrario fra quattro pareti di plastica, abituato a relazionarsi unicamente con una palma finta, un insetto morto, un pesce di plastica ed una bambola rotta, un camaleonte sogna di essere un attore.

Ma l’imprevisto e’ in agguato: mentre viene trasportato in macchina lungo il confine tra Stati Uniti e Messico viene sbalzato fuori dall’abitacolo e si trova in un ambiente “vero”: la sua vita cambia all’improvviso, solo in mezzo al deserto.  

Gli verra’ in aiuto la sua capacita’ “di attore” e…la sua fantasia: agli altri animali del luogo, che costituiscono una piccola comunita’ che sembra uscita da un film western, si presentera’ come “Rango”, il pistolero invincibile che difende la legge!

Inizia cosi’ una serie di avventure in chiave western, in cui il regista Gore Verbinski (lo stesso dei Pirati dei Caraibi), riesce a farci affezionare al buffo protagonista ed alle sue bizzarre imprese. La tecnica d’animazione del film e’ molto lontana da quella della Pixar o della Dreamworks, ma la storia ed il dialogo rendono il film godibile e capace di farci fare piu’ di una risata. Tra le cose migliori le numerose citazioni di famosi western, tra cui quella di Clint Eastwood nel duello finale.

 

Il film ha alcuni momenti di pausa, ma in generale si fa vedere con piacere. Se non andate al cinema potrete sempre recuperarlo in DVD.
 
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The Fighter
(di Technino)
 

The Fighter racconta la storia drammatica di due fratelli: l’ex-pugile Dicky Ecklund (Christian Bale) ed il pugile Micky Ward (Mark Wahlberg). Entrambi vivono insieme alla madre-manager (Melissa Leo), una donna resa ottusa dall’ignoranza, che pone sempre Dicky in testa alle sue preoccupazioni e, assurdamente, lo vorrebbe riproporre a 40 anni sul ring, sacrificando il talento autentico di Micky. Ma il figlio maggiore e’ ormai da anni preda del crack e non riesce ad allenare il fratello come dovrebbe. Per fortuna Micky incontra la donna della sua vita, un’energica barista (Amy Adams) che riesce a strapparlo dall’abbraccio mortale della madre e trova chi lo fa allenare con costanza e professionalità…. 

Diretto da David O. Russell, il film si ispira alla vera storia del pugile “Irish” Micky Ward, ma piu’ che un film sul pugilato e’ un film che fa vedere come l’ambiente degradato in cui vivono i protagonisti puo’ influenzarne la vita, a meno che questi non riescano con le loro forze, morali e caratteriali, a liberarsi del peso di rapporti sociali basati spesso sull’ipocrisia e sull’ignoranza.  

Il film si regge soprattutto sulla recitazione degli attori non protagonisti, uno straordinario Christian Bale nella parte del fratello drogato, un fascio di nervi (l’attore e’ dimagrito di 12 chili per interpretare la parte!), con un volto scavato e distrutto dalla droga in cui solo gli occhi, vivissimi, rivelano la scintilla dell’amore fraterno verso Micky, che spera con tutto se stesso possa raggiungere i traguardi a lui negati: Bale eclissa il pur bravo Wahlberg con una recitazione misurata ed intensa allo stesso tempo, facendoci sentire la disperazione di veder scivolar via una vita sprecata. Giusto l’Oscar vinto come miglior attore non protagonista. Mark Wahlberg e' comunque piu’ che apprezzabile nella parte del fratello, un introverso guerriero che riesce a mantenersi pulito in un mondo sporco, fatto di droga, pregiudizi e malignità.

Da citare l’ottima Melissa Leo, una madre odiosa, accecata dall’ignoranza e dall’avidita’, ma ancora capace di nutrire sentimenti veri quando riesce a capire quanto fosse sbagliato il suo comportamento: Oscar come migliore attrice non protagonista.

Da non dimenticare anche l’ottima interpretazione di Amy Adams, la grintosa barista che riesce, con il suo amore e qualche maniera forte con la famiglia di Micky, ad incanalarne meglio la carriera. Per lei una Nomination all’Oscar come migliore attrice non protagonista. 

The Fighter e’ un film che potra’ deludere gli spettatori appassionati di boxe, ma piacera’ a chi vuol vedere un film che racconta una storia di vita intensa e piena di sentimenti, sia buoni che cattivi, sullo sfondo della degradazione di certi quartieri della periferia americana.

Un’ultima considerazione: qualche critico ha parlato di finale “buonista”, “all’americana”: evidentemente non conosceva la storia della boxe: nella realta’ il finale e’ proprio quello che il film fa vedere….

 
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Burlesque
(di Technino)
 

Ali Rose (Christina Aguilera) e’ una cameriera dello Iowa con pochi soldi e una grande ambizione: lasciare la provincia per vivere il sogno americano.

A Los Angeles prova ad entrare in un teatro di varieta’ “Burlesque” gestito dal Tess (Cher), una padrona ruvida ma generosa. Inizia a lavorare come cameriera, ma sogna di calcare il palcoscenico, visto che la natura l’ha dotata di una voce straordinaria e di una grande capacita’ di ballare. La storia prosegue in maniera semplice, guidata dai buoni sentimenti e dall’”american dream”, che Ali riuscira’ a realizzare a perfezione. 

La trama non e’ il punto forte del film diretto da Steve Antin con buon mestiere, semplice e funzionale ai numerosi numeri di canto e ballo di Ali: ma che voce ha Christina Aguilera... ricca di tonalita’ basse e con un gorgheggio perfetto da R&B, la regina del Pop riesce ad incantare gli spettatori amanti della musica dei nostri tempi. Bravissima, balla e canta da superstar!

Le fanno da contorno una serie di personaggi che hanno in Tess-Cher e nel suo compagno Stanley Tucci le punte di diamante: Cher, interprete navigata di tanti film, fa sentire di essere ancora una grandissima cantante con il suo commovente “assolo” di “You haven’t seen the last of me”, mentre Tucci interpreta con eleganza la parte del gay intelligente e sensibile, che l’aiuta a superare i momenti difficili.  

Molto bella la colonna sonora, ed originali le coreografie tutte in puro stile “burlesque”.

In definitiva un film che fara’ passare due ore di divertimento a tutti gli amanti del Pop e delle voci delle due straordinarie protagoniste.

  
 
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Another year
(di Penelope Pit-Stop)
 
Not so lovely. Ritmo un po' lento, specialmente nell'ultima parte dell'anno, per questo film diviso in 4 stagioni, che non ha un inizio, nè una fine, essendo un anno fra tanti, in una famiglia inglese, non come tante, ma con le gioie e gli amici come tutti noi.
Un appunto: il film potrebbe veicolare il messaggio che sei felice solo se hai un compagno/a. Not at all. Not exactly: sei felice se ti occupi degli altri, se hai amore da dare. Tutto il resto viene da sè, al di fuori di schemi sociali precostituiti ed imposti dall'esterno.
Se sei capace di mettere a frutto ogni stagione e situazione della vita, sarai felice sempre, ed ovuque.
British, but a little sad, non consigliabile la visione se l'umore non è alto.
 
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Tamara Drewe
(di Penelope Pit-Stop)
 
Tamara Drewe, film inglese figlio di una graphic novel.
Commedia irriverente, divertente, illogica... come tradisce un inglese? all'inglese, appunto! e cosa fanno le adolescenti inglesi per ingannare il tempo? tanti guai...
Un film dalla trama improbabile, e dalle battute memorabili, nell'inimitabile stile inglese!
Per gli amanti del genere.
 
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Il discorso del Re
(di Penelope Pit-Stop)
 
Bello. Veramente bello. Uno di quei rari casi in cui esci dal cinema pienamente soddisfatto.
Interpreti straordinari, pochi e di eccezionale bravura. Battute intelligenti, di un'ironia sferzante e travolgente come solo lo humor inglese può e sa fare. Basta sedersi e lasciarsi coinvolgere in questa storia inglese, la storia privata e pubblica di un uomo, la storia di un'amicizia, la storia di come si può arrivare ad essere consapevoli e padroni di sè.
Don't forget: my castle, my rules. Vale sempre. Non importata se sei re, duca o l'ultimo dei sudditi. D'altronde, solo se ascolti, puoi imparare.
Emozioni e ironia da non perdere, in un film di rara bellezza. Da gustare, possibilmente, in lingua originale.
Finally, it's so strange to see them, Lizzie and Darcy (and  there's also Mr. Collins in the movie!) together again... after so many years...
An additional reason to see The King's Speech...
 
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Il discorso del Re
(di Technino)
 

Il Duca di York e secondogenito di re Giorgio V, Bertie in famiglia, (Colin Firth) è afflitto dall'infanzia da una grave forma di balbuzie che gli aliena la considerazione del padre, il favore della corte e l'affetto del popolo inglese.

Ma siamo negli anni ’30 ed ormai la radio obbliga i sovrani a parlare, tenere discorsi che vengono ascoltati in diretta in tutti i paesi del Commonwealth, e la balbuzie rende il Duca di York inadatto a qualunque carica pubblica. Sostenuto dalla moglie (Helena Bonham Carter), l’inossidabile regina madre che abbiamo conosciuto durante l’attuale regno di Elisabetta II, figlia di Bertie, il Duca cerca di guarire utilizzando una serie di “esperti” che non riescono nell’intento. Fino a che sua moglie non decide di rivolgersi ad un insegnante particolare, un logopedista australiano (Geoffrey Rush) che ha un suo sistema fuori dagli schemi.....

Il destino di Bertie lo portera’ a diventare Re Giorgio VI, che guidera’ l’Inghilterra durante la guerra contro la Germania di Hitler, complice l’abdicazione al trono del fratello maggiore David, che vuole essere libero di sposare l’amata Wallis Simpson, un ereditiera americana divorziata due volte e quindi inaccettabile per la chiesa anglicana, di cui il Re e’ capo dai tempi di Enrico VIII.  

Il regista Tom Hooper ci fa vedere cosa accade in Inghilterra alla vigilia del Secondo Conflitto Mondiale, con una ricostruzione ambientale perfetta. Gli ambienti, le persone e persino i dialoghi sono resi in maniera magistrale, anche con l’aiuto di un cast di attori fantastico: Colin Firth nella parte del Duca di York e’ assolutamente straordinario (Nomination all’Oscar come migliore attore protagonista), Geoffrey Rush ed Helena Bonham Carter gli sono accanto con una recitazione che rende mitici i personaggi interpretati (entrambi hanno avuto la Nomination all’Oscar come migliori attori non protagonisti), Guy Pierce (lo ricordiamo in Memento) interpreta con scioltezza David, il fratello che abdichera’.

Il regista britannico si concentra sul vissuto del protagonista, rivelando le conseguenze emotive del disagio nel parlato ai tempi della radio, che fu uno dei sistemi che Hitler sfruttava per infiammare la folla con la sua folle oratoria.

Incoronato come Re Giorgio VI, il Duca di York vincera’ le sue paure grazie al suo “amico” logopedista e riprendera’ cosi’ il controllo della propria vita vincendo prima la guerra con le parole e poi quella con Hitler.  

Film di gradissimo livello, degno dell’Oscar per il miglior film.

 
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Vi presento i nostri
(di L’Irriverente)
 

Il signor Fotter e sua moglie Pam sono ormai sposati da tempo con due bambini. Quando Jack, il padre di Pam, ha un attacco di cuore, la sua principale preoccupazione diventa trovare l’erede delle sue responsabilità, una persona degna di diventare colui che si prenderà cura di tutta la famiglia.
La scelta cade, anche se a fatica, sul povero Gaylord Fotter che inizialmente si sente onorato e prende in seria considerazione questo ruolo. Ma con il tempo, il carattere del suocero non riesce mai a restare in linea con il suo. A complicare le situazioni, entrano in scena Andi Garcia, che a dispetto del nome è interpretato dalla bella Jessica Alba e l’ex fiamma di Pam (Owen Wilson).

Tra gag e situazioni paradossali, i Fotter si riuniscono per la terza volta dopo dieci anni dal primo capitolo. Non manca nessuno, neanche sfigatto! Forse un po’ di ripetitività si accusa, ma la simpatia dei protagonisti rende sempre divertente la commedia senza scendere di un gradino dai precedenti due film, ma rimanendo sempre su un buon livello. Alla fine, ritrovarli fa quasi piacere, come fossero dei veri conoscenti.

Dustin Hoffman e Barbara Streisand, i genitori di Ben Stiller, fanno solamente due piccole apparizioni, ma comunque valide e Jessica Alba risulta essere, per la prima volta, sinceramente simpatica!

 
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Tron Legacy
(di L’Irriverente)
 

Kevin Flynn è uno dei maggiori creatori di videogame che, dagli anni ’80, ha riscosso incredibili successi finendo per diventare il presidente di una società informatica, la ENCOM.
Nel campo informatico, però, ha da sempre perseguito una filosofia di vita, sognando, ma impegnandosi a realizzare, un mondo in cui tutti possano condividere tutto liberamente, oltre a condividere la propria esistenza con quella dei programmi e dei computer.

Riesce a trasmettere questo modo di pensare anche al figlio Sam che sarebbe diventato il suo successore alla ENCOM. Un giorno, però, Kevin scompare e non farà più ritorno a casa.
Il figlio, cresciuto, viene contattato da un caro amico del padre, anch’egli importante figura all’interno della ENCOM, che lo spinge a partire alla ricerca dello scomparso presidente Kevin.
Il ragazzo si troverà coinvolto nel progetto del padre e, incredibile a dirsi, all’interno di un universo parallelo, quello popolato da programmi, rappresentati come esseri umani in una rete informatica che somiglia molto ad una città con le sue strade e palazzi.
Sam dovrà riuscire a trovare il padre, forse rimasto intrappolato in quell’universo, ma soprattutto a sconfiggere CLU, un alter ego digitale del padre, creato dallo stesso per costruire un mondo perfetto, ma troppo fedele al suo ruolo per essere disposto a tollerare una qualsiasi imperfezione…

Prima di parlare di questo film, è necessario ricordare che Tron, del 1982, fu un vero evento cinematografico. Può essere considerato il primo film in assoluto ad essere stato realizzato quasi interamente con la preistorica computer grafica, quando questa forma di “arte” era stata presa in considerazione solamente per qualche rara e costosa pubblicità. E’ stato, inoltre, un pioniere nel suo genere perché ha anticipato tematiche, come quello delle realtà virtuali viste come mondi paralleli,  che solo molti anni dopo sono state portate alla ribalta da film come “Matrix”.

A trent’anni dal primo “Tron”, “Tron Legacy” non rappresenta un semplice remake con il solo vantaggio di essere supportato da una computer grafica evoluta. Il film è un’esperienza completamente nuova e rivede il rapporto che c’è tra uomo e macchina che, dagli anni ’80, è stato a dir poco rivoluzionato. Mantiene tuttavia quell’atmosfera mistica che pervade il mondo dei programmi che considerano i loro creatori vere e proprie divinità.

Tra tanta fantascienza, non si è trovata mai tanta verità come in questo film.
Nel primo Tron, il cattivo di turno era il “Master Control”, quello che poi è diventato nei computer la CPU, il cuore e il cervello di tutta la macchina. Scelta naturale se si pensa con quanta diffidenza venivano presi in considerazione i primi elaboratori, un qualcosa di nuovo e di probabile minaccia al consueto.
Dopo trent’anni di evoluzione (?), ormai si ha piena confidenza con la tecnologia ed è per questo che la minaccia, ma anche la stessa salvezza, può essere ritrovata all’interno della tecnologia stessa. Dipende tutto dall’uso che ne facciamo.
Ed è questo che rappresenta CLU, l’uso sbagliato di un programma creato ad immagine e somiglianza del suo creativo col fine di costruire il mondo perfetto, ma proprio nella ricerca del perfetto nasce la sua imperfezione. Kevin e suo figlio si battono per riportare l’ordine per un utilizzo della tecnologia corretto, così come inizialmente pensato.

Da menzionare: Jeff Bridges rimane il protagonista della storia in duplice versione. Quella di oggi, con barba e abito in stile Obi One Kenobi, e quella di trenta anni fa ricostruita in digitale. Sebbene in qualche scena si veda che la realizzazione è artificiale, è davvero impressionante vedere i due Jeff Bridges a confronto con trent’anni di differenza; impressionante anche se si pensa come oggi sia possibile pensare di realizzare un film nuovo con attori scomparsi da tempo…
Inoltre, ad aggiungere suggestione al film, ci sono i Daft Punk, due musicisti francesi specializzati nel genere elettronico che, per l’occasione, hanno curato anche molti degli effetti sonori.

Il film è realizzato in “vero” 3D, nel senso che è stato girato con la nuova tecnologia stereoscopica e non reso finto-tridimensionale in post produzione, con l’utilizzo del computer come tutti i film ad oggi in circolazione. E’ praticamente il secondo film, dopo Avatar, ad essere stato girato in questo modo.
Molto bella, però, l’idea di attivare il 3D solamente per le scene del mondo virtuale, mentre quello reale rimane in 2D. Un passaggio simile a quel capolavoro de “Il mago di Oz” dove la scena del mondo reale rimaneva in bianco e nero per poi colorarsi nel paese di Oz.

Scelta intelligente del regista Joseph Kosinski che ha sostituito il geniale Steven Lisberger, qui solo produttore, ideatore e regista della prima pellicola.
Sostituzione molto azzeccata dal momento che Kosinski, oltre a dimostrarsi molto abile, ha iniziato la sua carriera lavorando su piccoli cortometraggi in computer grafica e successivamente ha realizzato spot pubblicitari per Apple e Nintendo.

In conclusione, Tron Legacy è davvero una bella esperienza da vivere al cinema. Chi è fan del primo film lo apprezzerà sicuramente di più, ma il suo “re-sequel” può essere considerata un’opera a sé, che rimane unica nel panorama del cinema fantastico di oggi, con molta azione e una buona dose di “filosofia”.

 
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