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| | pag. 1 2 3 4 | ELENCO COMPLETO | | | | Titanic (3D) | (di L’Irriverente) | | | | 
Rose, una signora centenaria, apprende dalla tv di una spedizione nei fondali marini dove giace il Titanic. Ma la notizia che la colpisce e la spinge a voler essere condotta sul luogo della spedizione è il ritrovamento di un disegno ancora intatto che la ritrae.
Una volta sul posto, racconterà agli scienziati, intenti a ritrovare tesori sepolti, la storia più incredibile, più avvincente, più romantica e più tragica che abbiano mai potuto udire. La testimonianza di un evento terribile vissuto in un contesto classista attraverso il cuore di una giovane innamorata stanca degli schemi che la imprigionano; un amore potente e rivoluzionario come il transatlantico stesso, affondato insieme a quasi mille e cinquecento persone, negato dalle convenzioni e dall’ottusità, la stessa ottusità che è anche causa del disastro; un viaggio che unisce l’azione all’emozione, momenti di pura ilarità a momenti di inquietante realtà.
Di Caprio, all’epoca già famoso e idolo delle teenager, manifesta già la sua bravura e Kate Winslet, meno conosciuta e con meno film nel curriculum, dà prova da subito della sua intensità recitativa.
Insieme formano una coppia perfettamente funzionane, come la loro storia d’amore che, per quanti possano pensare sia una banale e melensa love story, è in realtà totalmente al servizio della narrazione. Attraverso i due innamorati non solo è possibile rappresentare la società dell’epoca, ma anche scandire l’evolversi dei tragici eventi, seguire il livello dell’acqua fino al ponte principale, osservare il comportamento delle persone qualunque fosse la classe d’appartenenza.
Con ben undici oscar alle spalle, a quindi anni dalla sua prima uscita nelle sale, James Cameron riporta sullo schermo il suo capolavoro indiscusso e con la scusa di farlo apprezzare alle nuove generazioni, approfitta della tecnologia per aggiungere l’effetto del 3D alla pellicola.
E ancora una volta fa centro realizzando una tridimensionalità che non distoglie dalla storia e non fa altro che aggiungere maggiore pathos alle scene creando un livello emozionale più grande di quello già alto del film.
Per spezzare una lancia a favore degli altri registi, però, c’è da dire che Cameron pensa e agisce come se fosse su un altro pianeta, come fosse sul suo Pandora di Avatar: non tutti infatti sono appoggiati dalla produzione nello spendere 18 milioni di dollari per convertire un film nella terza dimensione, la stessa cifra con cui nel nostro Paese si realizza un intero film. Per non parlare del tempo che è stato dedicato all’operazione: ogni scena, infatti, ha avuto una lavorazione di 60 settimane contro le 4, massimo 10, solitamente utilizzate per le altre produzioni. E la differenza si vede! Senza contare, poi, che ogni singola scena è stata visionata e approvata da Cameron in persona e tutti sappiamo ormai quanto sia… “esigente” e scrupoloso nel suo lavoro!
Naturalmente il film non è stato realizzato per creare effetti di facile presa sul pubblico, come l’illusione di oggetti che fuoriescono dallo schermo, ma la profondità di campo è talmente notevole da sembrare un film girato direttamente in 3D.
La scena dell’inabissamento verticale fa venire i brividi !
Un’occasione imperdibile per scoprire e riscoprire un meraviglioso kolossal dei nostri tempi, destinato a durare ancora molto a lungo nel tempo.
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| | Marigold Hotel | (di Technino) | | | |
Un gruppo di pensionati inglesi, insoddisfatti della vita
che conducono nel loro paese natale, decidono di trasferirsi in India nel
Marigold Hotel, una sorta di insolito residence per anziani a Bangalore, un po’
malmesso ma con il fascino che per gli inglesi ha sempre suscitato l’India.
Per
Graham (Tom Wilkinson),
ex giudice della corte suprema britannica, è un ritorno ai luoghi dell'infanzia
e dell'adolescenza, alla ricerca del suo primo amore; per Douglas (Bill Nighy)
e Jean (Penelope Wilton),
vecchia coppia ormai logorata e insoddisfatta, il viaggio costituisce un ultimo
tentativo per dare una svolta al loro rapporto; per la xenofoba governante in
pensione Muriel (Maggie Smith)
all'inizio l'India è semplicemente un posto dove ricevere delle cure mediche a
poco prezzo; infine, per l'impenitente Norman (Ronald Pickup)
e la vivace Madge (Celia Imrie)
è la ricerca di una seconda giovinezza; mentre per la vedova Evelyn (Judi Dench),
appassionata di nuove tecnologie, incarna la possibilità di costruirsi una
nuova vita.
Per questa comitiva di attempati ma arzilli ospiti The Best Exotic Marigold
Hotel, così è definito dall'intraprendente gestore Sonny (Dev Patel) diventa, pur nel suo aspetto un po'
fatiscente, quasi un luogo favolistico in cui possono avverarsi i desideri più
reconditi, un rifugio dell’anima dove è possibile conoscere la propria essenza
e dare libero sfogo ai propri sentimenti.
Il regista John Madden,
dopo Shakespeare in love ed Il Mandolino del Capitano Corelli, dirige il film in maniera sicura ed
efficace, proponendo allo spettatore numerosi scorci tipici del paesaggio
indiano, con una fotografia piena di luce. La sceneggiatura di Ol Parker, anche se fa vedere un’immagine un po’ stereotipata dell’India,
ha un dialogo pieno di humour britannico e riesce a sviluppare alcuni spunti
più insoliti e innovativi, come quello dell’uso
del computer da parte degli anziani, ed anche a gettare uno sguardo inconsueto
e partecipato sulla questione dell'amore senile.
Il film e’ molto godibile, soprattutto grazie alle
interpretazioni di altissimo livello di tutto il cast, tra cui spiccano le
formidabili Judi Dench e Maggie Smith, ed il grande Tom Wilkinson.
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| | Il Castello nel Cielo | (di L’Irriverente) | | | | 
Fuggendo dai prirati dell’aria, la giovane Sheeta incontra Pazu,
un ragazzo che la protegge e si prende cura di lei. La ragazza sembra essere
inseguita a causa di una pietra misteriosa che tiene al collo e la pietra
sembra essere legata ad una altrettanto misteriosa città, Laputa, nascosta nel
cielo e di cui si narra solo nelle leggende.
Il film contiene tutto il pensiero e la poetica del regista
nipponico Miyazaki, ma rappresenta anche uno dei più avventurosi lungometraggi
dello Studio Ghibli, coniugando all’azione, mitologia e mistero. Il nome della
città di Laputa è attinto direttamente dall’avventura classica de “I viaggio di
Gulliver”, mentre nel film è descritta come una sorta di Atlantide. Ma Laputa è
anche il luogo simbolo della perdizione umana incline al possesso e al
perseguimento del potere.
Ispirato nei personaggi principali alla fortunata serie tv
dello stesso regista, “Conan il ragazzo del futuro”, non manca anche in questo
caso di dispiegare un insieme di caratterizzazioni sempre molto particolari ed
eccentriche.
Un film entusiasmante, fortunatamente recuperato dagli
archivi e presentato, dopo 25 anni, finalmente anche nelle sale italiane!
Grazie Lucky Red!
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| | Quasi amici | (di Technino) | | | |
E’ molto raro vedere un film che tratti la disabilita’ con
tanta leggerezza e, contemporaneamente, con la giusta sensibilita’. I registi
Olivier Nakache ed Eric Toledano centrano perfettamente lo scopo raccontando la
bellissima storia di Philippe (Francois Cluzet), uomo ricchissimo, divenuto tetraplegico
a seguito di un incidente, e Driss (Omar Sy) un ragazzone nero che vive in una
casa dei bassifondi di Parigi, in un ambiente degradato che rischia di fagocitarlo
tutti i giorni.
Driss si presenta da Philippe, che stava selezionando i
possibili candidati ad un posto di badante a tempo pieno, per cercare di
ottenerne un rifiuto necessario a continuare a vivere con il sussidio di
disoccupazione. Ma Philippe intuisce di avere di fronte una persona che,
proprio grazie alla sua diversita’, potrebbe fargli superare gli inevitabili
momenti di sconforto e lo assume in prova.
La storia raccontata nel film e’ realmente accaduta (alla
fine si vedono i veri protagonisti) ed ha il pregio straordinario di far vedere
come una persona intelligente e con un gran senso dell’umorismo come Philippe
possa arrivare a superare la sua terribile disabilita’ con il sorriso e la
voglia di vivere nonostante tutto. Il film ha molti momenti in cui si ride,
anche per come Driss e Philippe si rapportano fra di loro: tutto e’ molto
spontaneo e proprio questa spontaneita’ riesce a conquistare il pubblico che
non ha mai la sensazione di vedere un dramma, anche se si capisce quanto possa
essere difficile la vita di Philippe.
I due attori protagonisti sono bravissimi: Francois Cluzet
da’ a Philippe una recitazione fatta tutta con gli occhi ed il sorriso, con un
umorismo intelligente che ci fa subito amare il personaggio, Omar Sy e’
simpaticissimo nei panni del badante, un mezzo farabutto dal cuore d’oro e
dallo spirito allegro e “pragmatico”, che fara’ tornare a Philippe l’entusiasmo
di vivere, contagiando anche la piccola “corte” di infermiere, segretarie e domestici
che vive nella casa del miliardario prendendosi cura di lui per ogni necessita’.
In conclusione, un film delizioso, divertente, ma anche
sensibile e profondo, che ci fa uscire dal cinema con il desiderio di rivederlo
(che poi e’ la prova della sua bellezza….).
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| | Paradiso amaro | (di Technino) | | | |
Matt King (George Clooney) e’ un avvocato immobiliarista di successo, discendente da un’antica famiglia reale hawaiiana, che ha lasciato in eredita’ alla sua famiglia terreni incontaminati; nel tempo, molti terreni sono stati venduti per essere edificati portandolo ad essere uno degli uomini piu’ ricchi dell’arcipelago. Rimane da decidere sulla vendita di una delle spiagge tropicali più belle di Kauai, per cui Matt, unico fiduciario testamentario, è in trattative con potenziali acquirenti insieme ad una decina di cugini assetati di guadagno.
Matt, padre e marito distratto, si ritrova pero’ a dover affrontare una tragedia familiare: dovrà infatti badare per la prima volta nella sua vita alle sue due figlie, perche’ la moglie e’ in coma per un brutto incidente in mare, causato dalla sua passione per gli sport estremi. A fargli perdere definitivamente la bussola sarà la scoperta del tradimento della moglie, che aveva intenzione di lasciarlo perche’ innamorata di un altro….
Il regista Alexander Payne riesce a farci emozionare di fronte al dramma familiare vissuto da Matt, che amava profondamente la moglie, malgrado le dedicasse poco tempo perche’ assorbito dal lavoro, e che si trova anche a dover gestire un rapporto deteriorato con le due figlie, specialmente con la maggiore.
Clooney da’ una prova d’attore straordinaria, la migliore, secondo chi vi scrive, di questo bravissimo attore: passa dalla disperazione per non essere riuscito a far capire il suo amore alla moglie, all’ira quando apprende del suo tradimento, al desiderio di vendetta contro il suo amante, alla paziente dolcezza con le sue figlie, che lentamente impareranno ad apprezzarlo.
Le tante sfumature emotive del film vengono raccontate dal regista in maniera asciutta ed essenziale, tanto che in certi momenti si ha l’impressione di vivere una sorta di “thriller” sentimentale. Senza mai perdere di vista il registro comico, Payne disegna un ritratto familiare assolutamente fuori dal comune, che ci affascina anche grazie alle notevoli interpretazioni degli attori comprimari: Robert Forster, nella parte del suocero spietato con Matt (a sproposito…), Judy Greer che recita un cameo molto intenso (la ricordiamo in What Women Want), e la giovane Shailene Woodley, bravissima nella parte della primogenita scombinata che nel momento del bisogno ritrova se stessa e si dimostra spesso più matura di suo padre.
Detto che il film e’ tratto dal romanzo “ The Descendants” di Kaui Hart Hemmings, e che e’ candidato all’Oscar 2012 con 4 Nominations, c’e’ solo da consigliarne la visione a tutti gli appassionati del “cinema”, indistintamente.
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| | Hugo Cabret | (di Technino) | | | |
Parigi, anni ’30: la stazione ferroviaria vive un'esistenza scandita dagli orologi sempre in funzione, che ne regolano ogni attivita’. Nella stazione parigina c’e’ un ragazzo orfano, Hugo Cabret, che da tempo vive di nascosto in un piccolo rifugio, ricavato dentro il meccanismo dell’orologio di maggiori dimensioni. Hugo si occupa clandestinamente della manutenzione e ricarica degli orologi, ed e’ il custode di un segreto lasciatogli da suo padre: un Automa recuperato dai resti di un museo incendiato, di cui e’ ignota la funzione.
Hugo, seguendo le istruzioni contenute in un misterioso libretto trovato insieme all’Automa, cerca da tempo di ripararlo utilizzando vecchi ingranaggi e molle che riesce a trovare o, in qualche caso, a rubare. Quando il ragazzo viene scoperto a rubare da Georges, un anziano giocattolaio che ha il suo negozio all'interno della stazione, si rende conto di essere misteriosamente legato a quell'uomo burbero e che, probabilmente, il legame sta proprio nell’Automa che suo padre stava cercando di riparare…. Ci fermiamo qui per non togliere il gusto della scoperta a chi vorra’ vedere il film.
Con Hugo Cabret, Martin Scorsese si cimenta in piu’ di una sfida: l’esordio nel campo dei film per ragazzi, cosi’ lontano da quello che e’ stato per anni l’universo di riferimento cinematografico del grande regista, e l’esordio nel campo del 3D. Ma si tratta anche della prima volta in cui Scorsese parla direttamente del cinema e della sua storia: il regista si mette senza pudore nei panni del piccolo protagonista e narra della meraviglia, unica e irripetibile, provata da un ragazzino di fronte a quel fascio di luce proiettato su uno schermo gigante, e dell'inesplicabile senso di “magia” che quelle immagini trasmettono la prima volta che le si guarda. Da questo punto di vista l'uso del 3D per una pellicola come Hugo Cabret è stata una scelta opportuna (forse addirittura necessaria) e con questo film siamo di fronte a uno dei pochissimi casi in cui l’uso della stereoscopia permette allo spettatore di vivere l’avventura sentendosi “immerso” nel film insieme ai personaggi.
Il 3D di questo film, al pari di quello che ci ha mostrato James Cameron in Avatar, è contrastato, nitido e coinvolgente: e' una vera gioia per gli occhi vedere la profondità e l'incredibile senso di realismo che emanano dalle scenografie di Dante Ferretti, il senso di vertigine della torre dell'orologio in cui vive Hugo, la resa minuziosa delle distanze e il grande lavoro del regista sulla costruzione dell'immagine e sulla profondità di campo, sia per gli esterni che per gli interni: il 3D di questo film (che anche James Cameron, l’antesignano di questa tecnologia, ha definito come il migliore mai realizzato) fa vedere come questa tecnologia cosi’ versatile sia stata, finora, poco compresa e mal utilizzata. La tridimensionalità di Hugo Cabret è anche un commosso e sincero l'omaggio del regista all'arte di Georges Méliès non a caso illusionista prima che cineasta, pioniere degli effetti speciali e di un cinema che, per la prima volta, si basava sulla meraviglia, sul coinvolgimento emotivo e sulla rappresentazione stessa dei sogni. E' la magia la chiave (non solo simbolica) di accesso alla storia, quella magia ricreata artigianalmente, con infinita pazienza, dalle mani di Méliès coi suoi trucchi e i suoi macchinari, quella che lo stesso Hugo vuole caparbiamente far rivivere nell'Automa lasciatogli dal padre.
Hugo Cabret, ispirato a un romanzo per ragazzi dello scrittore Brian Selznick e’ dunque, un magico omaggio al cinema, ma e’ anche una favola meravigliosa che racconta la formazione di un ragazzo che cerca il suo posto nel mondo, in una società da lui vista come un enorme ingranaggio in cui ogni pezzo deve trovare la sua collocazione e funzione.
Hugo, interpretato benissimo da Asa Butterfield, non smette mai di guardare il mondo con fiducia ed ottimismo e cerca il “cuore” in una creatura meccanica che racchiude in sé il ricordo di un padre che non ha mai smesso di amare. Ad aiutarlo nella sua difficile ricerca una Chloe Moretz altrettanto intensa, una ragazza divoratrice di libri ed affamata di avventura, che accompagnando Hugo nel suo “viaggio” avrà modo di conoscere meglio le persone con cui vive, riuscendo a stabilire con loro un legame piu’ profondo.
Il cast è arricchito dalle presenze di un sempre carismatico Christopher Lee nel ruolo del saggio libraio, di un divertente Sacha Baron Cohen che dà il volto all'ispettore ferroviario senza sorriso, perennemente sulle tracce di Hugo, e di un intenso Jude Law nella parte del padre di Hugo. Lasciamo per ultimo Ben Kingsley, strepitoso interprete dell’anziano giocattolaio che dara’ inizio all’avventura.
Ricordiamo che il film e’ candidato all’Oscar 2012 con 11 Nominations.
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| | Mission Impossible - Protocollo Fantasma | (di Technino) | | | |
In questo quarto episodio della fortunata serie iniziata nel 1996 sul grande schermo per la regia di Brian De Palma, Ethan Hunt (Tom Cruise) è subito nei guai: lo troviamo richiuso, apparentemente senza motivo, in un carcere moscovita, pronto per una rocambolesca evasione aiutato da una squadra efficientissima di agenti della sua Agenzia. Dovra’ guidare la sua squadra nella missione di salvare il mondo dalla piu’ orribile delle minacce, la guerra nucleare….
Questa volta pero’ Ethan non sara’ in missione da solo, avra’ una squadra di tre agenti, che non faranno da “comparse”, ma che vengono utilizzati dal produttore ed ideatore di questo episodio (J.J. Abrams) per renderlo uno dei piu’ movimentati della serie. Per dare una maggiore “suspense” allo spettatore ad un certo punto della storia il governo USA attiva il “Protocollo Fantasma”, che consiste nel disconoscere l’esistenza degli agenti “Mission Impossible” lasciandoli senza alcun aiuto esterno mentre tentano di portare a termine la missione.…
Il film segna il debutto nel cinema “live action” del regista Brad Bird della Pixar, che segue perfettamente l’idea di Abrams, con un racconto che per la prima volta è davvero corale, e che offre ampi spazi ai personaggi compagni del protagonista, che e’ riduttivo definire secondari.
Brad Bird se la cava egregiamente nel raccontare la storia, regalandoci un blockbuster ottimamente confezionato, teso e spettacolare, esente da cali di tensione nella sua durata di oltre due ore, e con un impatto visivo straordinario. Bird non sembra affatto a disagio nel passaggio tra animazione e attori in carne ed ossa, dirigendo sequenze di grande efficacia spettacolare, tra cui spicca una vertiginosa arrampicata di Tom Cruise su un grattacielo ed un inseguimento al cardiopalma in mezzo a una tempesta di sabbia.
Approfondito anche l’esame psicologico dei compagni di avventura di Ethan, un’agente bellissima e letale interpretata da Paula Patton, un tecnico analista efficientissimo ma sempre pronto alla battuta (Simon Pegg), un analista-agente con un passato misterioso, ben interpretato da Jeremy Renner, che avevamo conosciuto in “The Hurt Locker”, il film vincitore dell’Oscar 2010. Sempre a suo agio nella parte Tom Cruise, che nelle scene d'azione sfoggia una forma fisica perfetta.
Il film termina lasciando intendere che ci sara’ un seguito: siamo sicuri che gli appassionati della serie non vedranno l’ora che esca, dopo aver "vissuto" questo quarto episodio: missione compiuta, Agente Hunt!
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| | Drive | (di Foster Kane) | | | |
Driver (come dice il nome) è un automobilista ma un po’
particolare. Oltre a fare lo stuntman aiuta i rapinatori nelle loro fughe
spericolate. Inoltre lavora come meccanico in un’autofficina. L’incontro
casuale con una donna potrebbe segnare una tappa importante nella sua folle
vita se non fosse sposata ed avesse un figlio. L’amore per lei avrà un risvolto
fatale: decide di aiutare il marito in un colpo che gli permetterebbe di pagare
i debiti con gente losca ma va tutto storto. Ed i guai non sono finiti…
Diretto da Nicolas Winding Refn, giovane regista danese con
già diversi film all’attivo, Driver sembra quasi un omaggio al poliziesco
americano anni ottanta. Il titolo ed il personaggio potrebbero evocare “Driver
l’imprendibile” (“The driver”, 1978) di Walter Hill ma il regista non può non
essersi ispirato a Michael Mann e soprattutto alla sua opera prima “Strade
violente” (“Thief”, 1981). Un film duro, intriso di violenza che in alcuni
punti raggiunge un livello di splatter che neanche Quentin Tarantino potrebbe
mai concepire. Eppure tra un inseguimento, una sparatoria e tanto sangue si
riescono a trovare momenti di poesia. Ottima la musica e la fotografia.
Premiato per la miglior regia al Festival di Cannes.
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| | Scialla! (Stai sereno) | (di Foster Kane) | | | |
Bruno
Beltrame (Fabrizio Bentivoglio) è un ex insegnante ed ex scrittore di talento
che per sbarcare il lunario ricorre (senza passione) a ripetizioni a domicilio
e a scrivere (sempre senza passione) biografie di calciatori e attori. Conduce
una vita alquanto trascurata: mangia panini a pranzo e vive in una casa dove il
disordine e la sporcizia regnano sovrani. Una sera incontra una donna con cui
anni addietro ebbe una relazione e da cui apprende una notizia che ha
dell’incredibile: Luca, un ragazzo quindicenne suo allievo, è suo figlio. La
donna, che deve assentarsi dall’Italia per diversi mesi, chiede a Bruno di
ospitare il ragazzo. Inizia così una singolare convivenza anche perché il
ragazzo ignora tutto. Bruno cercherà di fare il padre e di aiutare il ragazzo
che a scuola è un completo disastro ma fallirà su entrambi i fronti. Però…
“Scialla!”,
che “tradotto” in italiano significa “stai sereno” è l’opera prima di Francesco Bruni. Precisiamo, l’opera
prima come regista poiché come sceneggiatore vanta già un illustre passato:
quasi tutti i film di Paolo Virzì e Mimmo Calopresti portano la sua firma. Il
risultato è interessante ed il film si vede con grande piacere in quanto
conduce un’analisi sociologica sui giovani di oggi ma in maniera leggera
riservando diversi momenti di divertimenti ed un finale davvero surreale che
anche uno spettatore smemorato difficilmente potrà dimenticare. Il cast ha dato
il suo notevole apporto con un ottimo Fabrizio Bentivoglio ed un esordiente
Filippo Scicchitano perfetto nel ruolo dell’adolescente in rotta con la
società.
Da vedere.
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| | The Artist | (di L’Irriverente) | | | | 
George
Valentin è un’icona del cinema muto. Uno di quegli attori che affascina e
seduce ogni platea oltre le belle donne. Un giorno incontra una ragazza che,
fotografata insieme a lui, comincia ad avere notorietà fino a diventare anche
lei una star, lavorando a molti film di successo. Tra i due scatta il colpo di
fulmine, ma la carriera in ascesa della ragazza e l’orgoglio del divo che non
accetta di passare dal muto al sonoro metterà il rapporto e la vita dei due a
dura prova … ma l’amore trionfa sempre!
Chi scrive adora il cinema muto e ha accolto il film con molto entusiasmo, ma
le aspettative, soprattutto dopo i 5 Oscar vinti, sono state deludenti.
La storia, seppur tenera e divertente, è molto banale e lineare; inoltre, la
trovata del passaggio dal cinema muto a quello sonoro è stata abbondantemente
già utilizzata a partire dal famigerato “Cantando sotto la pioggia”.
Tecnicamente, la regia è altamente moderna: ci sono profondità di campo con
sfocature in primo piano, molti movimenti di macchina su carrelli o dolly, tutti
espedienti che negli anni del muto erano raramente utilizzati con rudimentali e
sperimentali macchinari. Quindi, invece di ricreare un film degli anni 20-30, è
stato semplicemente tolto il colore e i dialoghi.
Con questo non è mia intenzione denigrare un film che rimane molto piacevole
per gli occhi e lo spirito.
Jean Dujardin è strepitoso e perfetto nella parte.
“The Artist”, però, sembra più un capriccio che solo i francesi potevano
permettersi di realizzare e il suo successo credo derivi più dall’aver portato
a termine qualcosa di impensabile che per quello che propone la pellicola.
Eccezion fatta per l’Oscar al miglior attore protagonista, le altre 4 statuette
le avrei consegnate nelle mani di "Hugo Cabret" che, a mio avviso, rappresenta il
vero omaggio al Cinema degli esordi.
Di sicuro un grande merito il film lo ha: quello di farci rendere conto che un
bel film può essere anche muto e senza colori in un’era dominata dal computer e
dal 3D.
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| | Sherlock Holmes - Gioco di ombre | (di Technino) | | | |
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Il secondo film di Guy Ritchie su Sherlock Holmes supera il primo per invenzioni visive, azione e profondita’ della trama, e non era facile….
Brevemente lo spunto della storia: una serie di bombe di supposta matrice anarchica esplodono a Strasburgo e a Vienna, mentre una serie di morti misteriose si succedono. Sembrano eventi casuali senza connessione, ma Sherlock Holmes sospetta che dietro gli eventi ci sia la macchinazione del suo eterno nemico, il Prof. Moriarty (splendidamente interpretato da Jared Harris), uomo dall'intelligenza sopraffina e privo di qualsiasi coscienza, con cui Holmes ingaggera’ una lotta senza esclusione di colpi per cercare di cambiare il corso della Storia dell'Umanita'.
I protagonisti sono gli stessi del primo episodio, Robert Downey Jr. nei panni di Holmes e Jude Law in quelli di Watson: il binomio, ormai collaudato, funziona a meraviglia, agevolato da un ottimo soggetto e da un dialogo sempre brillante.
Le ambientazioni sono sempre molto suggestive, un mix perfetto di fotografia antichizzata ed ambientazioni virtuali, che ci fanno vivere l’avventura nelle piu’ famose metropoli dell’epoca.
Numerose sono le invenzioni visive del film: i “flashforward” velocissimi che precedono le mosse d'azione di Holmes, ormai caratteristici del personaggio, la fuga nel bosco inseguiti dalle cannonate dei terribili nemici, il finale nel castello con la cascata sono tutte scene di grande impatto visivo ed emozionale..
Da segnalare, accanto a Sherlock Holmes, la presenza del fratello Mycroft Holmes, interpretato da un sempre carismatico Stephen Fry, e la gitana sua alleata interpretata da Noomi Rapace, di cui avevamo imparato ad apprezzare la grinta in “Uomini che odiano le donne”. |
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“Gioco di ombre” offre delle avventure del personaggio di A. Conan Doyle una versione ancora più "bondiana" e autoironica del primo film, che scorre rapida ed avvincente fino alla fine, dopo piu’ di due ore in cui non ci si annoia mai.
In definitiva, un film da non perdere assolutamente, e da vedere al cinema per godersi lo spettacolo sul grande schermo.
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| | Midnight in Paris | (di Technino) | | | |
Il nuovo film di Woody Allen e’ una deliziosa commedia con un soggetto “surreale”: Gil (Owen Wilson) e’ uno sceneggiatore hollywoodiano di successo che cerca di scrivere il suo primo libro, e lo troviamo in vacanza a Parigi con la sua futura sposa ed i suoi antipaticissimi genitori (rappresentanti tipici della destra repubblicana “Tea Party”, che Woody tratteggia con tutto il suo spietato sarcasmo…).
Gil adora Parigi ed il suo sogno e’ quello di vivere nella citta’ degli anni ’20, insieme ai tanti artisti che all’epoca vivevano nella “Ville Lumiere”. Ma il sogno si rivelera’ inaspettatamente “reale”: una sera, a mezzanotte, salira' su un taxi d’epoca pieno di gente festante e si trovera' catapultato nella Parigi degli Anni Venti con tutto il suo fervore culturale. Incontrera’ Hemingway, Scott Fitzgerald, Picasso e…la bellissima Adriana, che lo fara’ innamorare ( Marion Cotillard, che ricordiamo in “Un'ottima annata” di Ridley Scott).
Il film e’ sempre sorretto dalla buona vena del regista, che ci fa vivere un’avventura surreale con grande leggerezza, con personaggi carismatici che ci fanno dimenticare di essere fuori dalla realta'. Il dialogo e’ al solito brillante e gli attori tutti perfetti nelle loro parti (anche simili nella fisionomia ai personaggi che rappresentano…).
La riflessione che ci offre il film e’ che molti vivono il presente pensando che il passato sia sempre migliore, ma non e' cosi': divertente il finale in cui un investigatore, che pensava all'epoca del Re Sole come suo ideale di vita, e' costretto a ricredersi....meglio vivere il presente con serenita'.
In conclusione un film originale, che sembra fatto apposta per un divertimento spensierato e sofisticato, senza le complicazioni di altri film del grande Woody.
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| | Il gatto con gli stivali (2011) | (di L’Irriverente) | | | |  Humpty Dumpty e Gatto, sin dai tempi in cui vivevano in un orfanotrofio, sognano di trovare i fagioli magici che, come la leggenda vuole, portano dritti all'oca dalle uova d'oro. Crescendo, però, Humpty intraprende la strada del crimine e dopo un colpo non andato a segno, l’amicizia con Gatto viene pesantemente intaccata costringendo il nostro felino a fuggire come un malvivente nel disperato tentativo di riscattare il proprio nome. Il destino, però, vuole che i due si incontrino di nuovo e insieme decideranno di realizzare il loro sogno partendo alla ricerca dei tanto agognati fagioli magici.
Dopo quattro fortunati episodi del celebre orco Shrek, giunge finalmente in sala il cosiddetto “spin-off”, ovvero una storia parallela a quelle che conosciamo il cui protagonista è uno dei personaggi più amati della serie. In questo caso è l’impavido, ma anche tenerissimo “Gatto con gli stivali” ad avere la scena tutta per sé.
Comparso per la prima volta in Shrek 2, il micione è senza dubbio l’ “attore” con il carisma giusto per uscire dal ruolo di semplice spalla; nessuno ha saputo resistere ai suoi occhioni vispi, furbi, ma anche tremendamente sdolcinati quando sfodera la sua arma segreta dell’intenerimento!
Nel film finalmente possiamo conoscere la sua nascita e gli eventi che lo hanno portato ad essere l’eroe che conosciamo.
Il film è una buona operazione di entertainment, diverte in misura esattamente pari a come ce lo aspettiamo e spreme, ancora più di quanto si potesse pensare, il verde universo creato nel 2001 con Shrek.
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| | Anche se è amore non si vede | (di Technino) | | | |  Ficarra e Picone tornano al cinema con una commedia sentimentale dai toni farseschi, con i soliti dialoghi divertenti ed un soggetto che, pur non essendo al livello dei loro precedenti film (in particolare “ Il 7 e l’8” e “ La Matassa”) consente ai due comici di esibire tutta la loro abilita’ nel gestire situazioni comiche che, in mano ad altri, sarebbero banali.
In breve lo spunto del film: Salvo (Ficarra) e Valentino (Picone) gestiscono una piccola impresa di servizi turistici a Torino, accompagnando ogni giorno, su un vecchio e coloratissimo bus inglese, gruppi di stranieri in giro per la città.
Valentino è l'uomo fedele per antonomasia, innamorato e pieno di attenzioni esagerate nei confronti della compagna Gisella (Ambra Angiolini); Salvo è invece lo scapolo scapestrato determinato ad assumere solo giovani guide turistiche carine e single. Quando Gisella, stremata dall'affetto sdolcinato e ossessivo di Valentino, chiede a Salvo di dirgli che vuole lasciarlo, si avvia una girandola di equivoci ed incroci sentimentali in cui si trovano coinvolti Natasha (Sasha Zacharias), la nuova guida turistica, Sonia (Diane Fleri), una cara amica d'infanzia, e Peter, il suo fidanzato americano….
Il film si lascia vedere con spensieratezza, strappando piu’ di una risata alle battute al fulmicotone di Ficarra a cui si contrappone l’aria trasognata di Picone. Anche se la regia poteva risparmiarsi qualche scena troppo scontata e “caricaturale” (come l’ingorgo in cui tutti vogliono sentire quello che e’ accaduto e la scazzottata finale alla Bud Spencer e Terence Hill), la storia scorre con allegria, suscitando la simpatia dello spettatore.
In definitiva, un film che vi fara’ passare una serata spensierata, il che, ai giorni d’oggi, non e’ poco…
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| | One Day | (di Penelope Pit-Stop) | | | | 
ATTENZIONE SPOILER
La seguente recensione contiene elementi che possono svelare il finale.
Un film orribile. Una storia che non coinvolge, e poi all'improvviso, la drammaticità gratuita, la crudezza da cui non puoi difenderti.
Il titolo e il sottotitolo - "Amarsi, perdersi e ritrovarsi..." ingannano lo spettatore, pronto a godersi una commedia romantica, una di quelle che ti riconciliano col mondo, ti fa sorridere, commuovere e uscire dalla sala pieni di speranza. Niente affatto! Anzi, tutto il contrario: la costruzione del film sulla narrazione degli eventi del 15 luglio di ogni anno, per anni, invece di essere una soluzione simpatica dopo un po' stanca, e fa anche perdere il filo.
Del tutto incomprensibile il finale, una specie di triturazione del cuore al pensiero di come poteva essere, quando tutto era ancora possibile. Se la dura lezione che dobbiamo trarne è il classico carpe diem, perchè "del doman non v'è certezza", meglio rimanere a casa a leggere Orazio o Lorenzo de' Medici, che legarsi un macigno sul cuore vedendo questo film.
In sintesi: inutile e pesante. Da evitare.
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