Ascanio Celestini, autore teatrale tra i più sorprendenti
dell’ultimo decennio, compie il suo primo passo nel cinema adattando un suo libro
già portato sul palco. “La pecora nera” vede l’alternarsi di due diversi
periodi: il presente con Nicola (interpretato dallo stesso regista), un giovane
trentacinquenne che conduce la sua esistenza tra un ospedale psichiatrico ed il
supermercato dove accompagna una suora a fare la spesa, ed il passato con
Nicola adolescente che subisce quello choc che indurrà la famiglia ed i medici
a tenerlo sotto osservazione.
Il film è girato all’interno del Santa Maria
della Pietà, sede anni addietro del manicomio provinciale di Roma ed in cui
oggi si trova un museo che ricostruisce quella che era la dolorosa realtà di
chi vi si trovava rinchiuso. Gente talvolta internata per futili motivi e che con
gli anni ha raggiunto l’apice della follia. È questo anche il caso di Nicola
che entratovi in tenera età vedrà la sua mente ammalarsi progressivamente
pregiudicandogli così la possibilità di condurre una vita normale.
Particolarmente toccanti sono i suoi incontri con Marinella (Maya Sansa), una
sua amica d’infanzia che incontra al supermercato dove fa la promoter. Indubbiamente
Celestini rende meglio al teatro ma questa sua prima (e speriamo non unica)
opera cinematografica ha il suo interesse sia sotto il profilo filmico che
quello documentaristico. Un film che ci fa riflettere e che sicuramente lascia
un suo segno indelebile. Da confrontare con “Si può fare” (2008) di Giulio
Manfredonia.